www.mazaraonline.it

La storia di S. Vito Martire

                        

 

CAPITOLO 1°

Nascita di S. Vito.

Sorgeva negli antichi tempi in Sicilia una rinomata città che appellavasi Selinunte. Essa era stata fondata da Pammito, capitano dei Megaresi, nell’anno 507 dalla presa di Troia (av. G.C. 629). Fu ricca e potente, ma spesso in guerra con Se gesta e con Cartagine. Distrutta nel 404 avanti l’era volgare da Annibale, figlio di Guascone, venne quindi rifabbricata per opera di Ermocrate, cognato di Dionigi il Giovane tiranno di Siracusa. Una seconda volta fu vinta e demolita, 249 anni avanti Gesù Cristo; ma poi non venne ricostruita nel luogo medesimo delle sue rovine.

In tale occasione i Selinuntini campati all’esterminio risolvettero di edificare una nuova città più vicina al fiume Mazzaro, dal quale essa ritrasse il nome, come la prima l’aveva presa dal fiume Salino. Nei tempi, di cui imprendo a parlare, cioè al declinare del terzo secolo, Mazara era una delle più distinte città dell’isola, giacché aveva il suo preside in Valeriano e vantava famiglie cospicue, tra le quali primeggiava quella di Ila, cui la leggenda appella senatore dell’impero, ed uomini prestanti per fede e per sapere, come un Modesto che era maestro nelle lettere umane e nella filosofia del Vangelo.

In quei tempi funesti, i cristiani, confusi coi gentili pei vincoli dei socievoli rapporti, si trovavano spesso in pericolo della vita, che animosi non temevano di sacrificare in ossequio alla fede del Nazareno. L’esser cristiano si reputava un delitto contro l’impero e contro l’antica religione del mondo; per la qual cosa, si esercitavano in occulto i sublimi misteri del cristianesimo, e nel dolce silenzio della notte, entro gli oscuri sotterranei s’ispiravano i fedeli all’eroismo dei martiri, che prima di essi avevano assodato con la morte l’incrollabile edificio della cattolica Chiesa. Ma, come dissi, i seguaci del Crocefisso non potevano interamente esimersi dalle comuni relazioni coi pagani, per cui sotto un medesimo tetto soggiornavano spesse fiate coloro che adoravano Gesù di Nazaret e altri che ciecamente si prostravano innanzi a false e bugiarde divinità.

Or questa appunto era la posizione difficile dei genitori del nostro Fanciullo. Il padre, per nome Ila, riguardevole per nobiltà, per dovizie e per alte onorificenze, pregiatasi di venerare i numi del paganesimo: mentre la madre, come sappiamo per antica tradizione chiamata Bianca, era fervente cristiana, che nonostante l’idolatrica superstizione del consorte, praticava il digiuno, l’orazione, la penitenza e tutte le opere di pietà e di misericordia che a’ suoi seguaci inculca il Vangelo.

Da costoro nacque in Mazara il nostro Santo verso il 290 della Chiesa, e Vito, nome unico nel romano Martirologio , non senza una divina ispirazione, venne appellato, come colui che poi rigenerato alla vita della grazia, mediante le acque santificatrici del battesimo, dovea predicare la vita eterna e i mezzi necessari per conseguirla a popoli idolatri e sconosciuti.

Sarebbe al certo pregio e diletto descrivere ora minutamente le vive speranze di un lieto avvenire, le manifestazioni di giubilo, i fervidi tripudi che mostravano la gioia di quella nobile e doviziosa famiglia pel natalizio di questo primogenito così leggiadro ed amabile che gli affetti rapiva di quanti il rimiravano; i quali per ciò non si tenevano dal vezzeggiarlo, stringerlo al seno e deporre caldi baci or sulla fronte, or sulle guance ed ora sulle sue labbra porporine. Ma ciò io tralascio, giacché mentre ancora in tutti i congiunti, i domestici e gli amici vedevasi splendere il sorriso, e il fausto parto riempiva di allegrezza ogni cuore, ad un tratto si mutarono la giocondità e la festa in sentimenti di lutto inatteso e di dolore, poiché la madre, appena fé dono alla terra di quell’angelo di paradiso, sorpresa da mortale infermità e rassegnata ai divini voleri, passò da questo misero mondo a quel godimento eterno che Dio tiene preparato a fedeli suoi servi in una vita migliore, beatifica e immortale.

CAPITOLO 2°

S. Vito affidato a S. Crescenza

Morta la madre che professava la cristiana fede e che ben poteva, pel suo delicato ministero, infondere nel tenero cuore di Vito i religiosi sentimenti della pietà e dell’amore al Crocifisso e agli insegnamenti ed esempi che egli in eredità ci ha lasciati, ognuno avrebbe certamente compianta l’incerta sorte del vezzoso bambino che, privato anzi tempo dei dolcissimi affetti della santa educazione della fervida genitrice, restava in balia di un padre idolatra, tenace delle tradizioni al culto dei falsi numi, nemico spietato del Nazareno e di tutti coloro che lo seguivano e ne osservavano la legge immacolata.

Ma i giudizi dell’uomo svaniscono come nebbia all’apparir del sole innanzi ai saggi consigli di Dio. La Provvidenza infatti, che a luminose azioni avealo destinato, invigilava con amore sopra di lui che, prevenuto di celesti soccorsi, cominciò dai primi albori della sua vita a dimostrare ciò che un di esser dovrebbe, cioè uno più gloriosi atleti della religione di Cristo, dei più formidabili nemici del politeismo, dei più caldi apostoli della carità e della professione cristiana. Ed eccone le prime prove meravigliose.

Ancor tenero pargoletto, quasi preventivamente di senno e di religione ornato, sorpassando le ordinarie leggi dell’infanzia, non volle succhiare il primo alimento da pagane nutrici. Affrettavansi invero diverse del gentilesimo, chiamate dal vedovo e desolato genitore, ad appresarlo al petto per somministrargli il latte: l’una succedeva all’altra: gareggiavano tra di loro nel riuscir nell’intento; ma egli ritraevasi con prestezza, si rattristava, inconsolabilmente vagiva, sdegnando con tali segni palesi di starsi in braccia di donne idolatre.

Viveva allora in Mazara una pietosa vedova, a cui, dopo la morte del consorte, era pure morto l’unico foglio. Essa, che aveva nome Crescenza, era modesta, cristiana e anelante di versare il sangue per la fede che occultamente professava. Costei, ricercata da Ila per allattare il pericolante figliuolo, non fu si pronta ad accostarselo al petto, di quanto il medesimo fu presto a farle carezze e sorrisi, a cercare avidamente il latte cristiano di lei.

È questa la prima meraviglia che presagiva quel successivo corso di avvenimenti prodigiosi che poi illustrarono l’ammirabile vita del nostro Santo. Sin dall’infanzia il pietoso Iddio degnavasi segregarlo dalla corrotta massa degli idolatri per formarne in appresso, coi soccorsi della sua grazia, un invincibile eroe del cristianesimo, un apostolo del vangelo e un martire insigne della fede. Siccome col latte s’infondono nel cuore dei bambini le prime disposizioni alla virtù o al vizio, al bene o al male, a ciò che deve praticarsi e a ciò che deve fuggirsi, l’Altissimo, che tutto opera con profonda sapienza, non permise che un tal pargoletto, cui voleva innalzare ad alta santità, lo avesse succhiato da donne profane, viziose, altiere e non curanti della cristiana modestia; ma saggiamente dispose che alimentato venisse da nutrice irreprensibile e santa, affinché sin dall’infanzia ei succhiato avesse le nobili disposizioni alla purezza, alla mansuetudine, alla temperanza e ala commiserazione, virtù sublimi insegnateci con la parola e gli esempi del Salvatore e dai suoi discepoli.

Crescenza intanto, destinata dal cielo con tali segni palesi ad esercitare in favore del piccolo Vito le tenere funzioni di madre, conoscendo che senza gli aiuti della divina grazia nulla può farsi di bene, anzitutto pensò di offrirlo al Signore da cui per vie misteriose lo aveva ricevuto, e alzatolo sulle sue braccia, come sopra un altare, animata di fiducia, in tal guisa devotamente pregò: "Ecco, o mio Dio, il prezioso tesoro che alla mia cura avete affidato, a voi io lo consacro, a voi lo raccomando. Come dalle acque del Nilo liberaste l’innocente Mosè, preservate, di grazia, questo pargoletto dall’idolatrica superstizione. Non permette che venga da colpa contaminato, ma avviatelo sin d’ora nella carriera della virtù e della vera religione. Voi mi avete presunta ad essere cristiana, e cristiano fate che sia questo bambino che per figlio accetto. Ecco, io l’adorno del segno augusto della redenzione, affinché per la virtù dello stesso ei venga preservato dalle insidie del demonio e iniziato sin dall’infanzia nei sublimi misteri della fede e della pietà." Così disse l’infervorata nutrice, che, compiuta questa preghiera a vantaggio spirituale ed eterno di Vito, nascosegli in petto una piccola croce, che l'innocente spesso toccava, stringeva, baciava con riverenza e amore. È questa forse una delle ragioni per cui la Chiesa, mentre ci rappresenta le venerande immagini dei santi atleti con le rispettive insegne del martirio in mano, ci mostra S. Vito con la croce nella destra.

Tornando ora al nostro racconto, tacer non voglio un’altra meraviglia che confermava viemmeglio le speranze del futuro destino, a cui il nostro eroe dalla Provvidenza era designato. Come le madri, dopo lunghi affanni e dolori sostenuti con intrepida costanza per allevare i loro amati pargoletti, alla fine li sciolgono dal molesto involucro degli infantili pannolini e li adornano con nuove vesti e con qualche preziosa collana che loro fan pendere graziosamente sul suo petto, in tal guisa il genitore di S. Vito, lieto di veder questo suo bimbo crescere così leggiadro e amabile, tutto spirante grazia e dolcezza, sciolto dalle fasce, divisò cingergli il collo con dovizioso ben lavorato monile, dal quale pendeva aurea medaglia che da una parte rappresentava il ratto di Proserpina e dall’altra Venere che vaneggiava Cupido suo figlio. A tal vista l’innocente fanciullo cominciò a piangere, a strapparla, a rigettarla, ne mai si acchetò, finché il padre, che più di se stesso lo amava, per non vederlo penare, senza ancora comprendere la ragione, gliela tolse. Le ignobili deità del paganesimo non potevano starsi vicine alla croce che sul petto Vito tenea nascosta, e colui che era stato offerto al vero Dio, la cui natura è santità e purezza, non poteva soffrire di avere in qualunque modo parte coi falsi numi delle nazioni. In questa maniera i primi avvenimenti della preziosa vita del nostro Santo facevano pronosticare le mirabili gesta che in età più adulta doveva in lui operare la virtù del santo Spirito, che per vie non ordinarie a luminose azioni disponevalo.

Frattanto Crescenza, considerando che l’educazione morale dei fanciulli deve cominciare dalla religione, senza la quale ogni progetto è vano, per corrispondere al delicato ministero di educare cristianamente il figlioletto d’Ila, cominciò con soavi modi ad intrattenerlo sui misteri della fede e sui precetti della morale, ad insinuare nel vergine cuore di lui massime di rettitudine, di giustizia, di santità; ad esortarlo a poco a poco e col crescere degli anni a detestare il paganesimo e a nobilitarsi con l’esercizio di quelle virtù sublimi, che solo la dottrina di Gesù Cristo c’insegna a praticare. Giove adultero, ella diceva, Saturno vendicativo, Mercurio astuto, Venere impudica sono deità veramente degne del culto dei mortali? La morale che blandisce i sensi, che favoreggia ogni turpe passione e disconosce l’origine e i destini dell’uomo può dirsi proveniente da un Dio giusto e santo, e conforme all’umana natura, creata pel bene, l’onestà, la virtù? E ciò che diceva con le parole, confermava con gli esempi di una vita intemerata, ricordandosi che il divin Maestro, esemplare perfetto d’ogni cristiano, cominciò con l’operare e poi coll’insegnare la sua celeste missione. Coeepit facere et docere. Mentre essa credeva fermamente nel vero Dio, in Gesù Cristo unico figliuolo di lui e nella Chiesa da costui fondata per la salvezza degli uomini, mostravasi umile, paziente, divota, pronta a manifestarsi cristiana quante volte il bisogno il richiedesse, come poi avvenne.

Ella intanto, a riguardo di Vito e per le sue pregevoli doti di zelo e di prudenza, occupava i primi posti nella casa d’Ila. Tutti i famigli e i domestici pendevano da’ suoi cenni e procuravano cattivarsene la stima e l’affezione. Lo stesso senatore dimostrava verso di lei tutte quelle distinzioni che ella per l’esperimentata virtù si meritava. Crescenza però, ogni cosa indirizzando a gloria del Creatore, che a tal proposito aveala chiamata, serviasi della felice posizione per guadagnare anime a Gesù Cristo, chè questa propriamente era la missione di tutti i fervidi cristiani dei primi secoli della Chiesa. Molte donzelle, infatti, persuase ad abbandonare il mondo e a farsi spose di Gesù Cristo, quali dicesi che poi siano state nel numero fortunato dei quattrocento martiri Selinuntini, di cui intesse elogio il Gaetati con altri scrittori.

Crescenza fu poscia, come S. Modesto di cui parlerò, indivisibile compagna di Vito nei viaggi, nel martirio, nella sepoltura, come oggi, perché gode in cielo della stesa beatitudine, gie è compagna qui in terra nella liturgia della Chiesa.

CAPITOLO 3° 

Sospetti d’Ila contro S. Vito

 

Tutto ciò che è nel mondo, diceva l’apostolo S. Giovanni, è concupiscenza degli occhi e della carne, nonché superbia della vita. Con tali parole incisive egli descriveva il paganesimo, in molti battezzati oggi redivivo, che in tutto è in opposizione diretta alla religione del Calvario. I suoi dommi, i suoi insegnamenti, le sue massime siccome non vi predicano che molteplicità di numi, così non promuovono che licenza ad ogni turpe passione; giacché in quella guisa che il vero Dio è tipo di purezza e di santità in tutte le sue ammirabili perfezioni, i numi bugiardi lo erano di impudicizia, di vendetta, di furto. Giove, Venere, Nettuno, Cerere e molti altri, essendo viziosi e proponendosi al culto dei mortali, che altro potevano ispirare se non vizio? È per questo che la società pagana era in tutto pervertita. Dispotismo dei grandi, schiavitù del popolo, disprezzo degli altrui diritti, noncuranza dei propri doveri, lusso, festini, teatri formavano la vita del paganesimo, già condannato dal Figliuolo della Vergine, che vuole e comanda il sacrifizio, la penitenza, l’umiltà, la mansuetudine e la carità verso di ognuno, anche verso i nemici.

Or, quando ancora non era in tutto precipitato l’immane colosso della pagana superstizione, che gli imperatori stoltamente credevano di tenere sempre in piedi con la forza, Vito, santamente educato da Crescenza, cresceva di virtù in virtù, mostrava segni evidenti di attaccamento alla cristiana fede e diportavasi da seguace del Nazareno, quantunque ancora non avesse ricevuto il lavacro di spirituale rigenerazione e vedesse il padre fermo nell’idolatria. Fioriva in mezzo ad una società contaminata da ogni vizio quale candido giglio attorniato da spine pungenti: si tenea lontano dagli spettacoli profani, dai templi dei numi, dalle conversazioni inoneste e dalla compagnia dei tristi che l’innocenza fa perdere il buon costume. Biasimava sin d’allora gli editti di persecuzione e le sevizie dei Cesari contro gli adoratori del Crocifisso: elogiava la vita intemerata dei cristiani che erano pronti a versare il sangue anziché rinnegare la loro nobile professione: mostravasi pietoso verso i simili, i poveri, gli afflitti, e parlava con affetto e riverenza della nuova religione e del suo divino fondatore, che i gentili sprezzavano perché i gentili nol conoscevano.

In quei tempi primitivi, di gran fede e pietà, ogni cristiano poteva dirsi un apostolo, tanto era acceso di zelo vivo ed operoso a propagare la religione del Salvatore; la quale, per ciò, ad onta delle mene di satana che la contrariava in tutti i modi, erasi introdotta gradatamente in molte famiglie, nel senato, nel foro, nell’esercito, nella stessa reggia imperiale, come scrisse Tertulliano nel suo ammirabile Apologetico, quantunque fosse vissuto un secolo avanti. A vista di ciò, Ila, che da certi segni di Vito cominciava a discoprire le tendenze di lui, temette che qualcuno avesse fatto penetrare il cristianesimo nella sua stessa casa, e volò subito col pensiero ai pericoli che potevano sovrastargli. Mille e mille sospetti si addensarono allora come tetre nubi ad ingombrare la sua mente e a turbare la serenità del suo cuore. Vito cristiano! Replicava delirante in se medesimo; e che sarebbe di me, in tal caso, senatore dell’impero, dell’onor di mia famiglia e della sua vita preziosa? I decreti formidabili di vari imperatori non proscrivono quest’odiata professione? Diocleziano medesimo, che ha tollerato sin oggi i cristiani, non dicesi che già ne prepari un altro per punirli severamente e impedire che si moltiplichino in tutto il mondo? Allora l’unico mio pegno, l’obbietto più caro della mia felicità, destinato ad allietare gli ultimi anni della mia vita, sarebbe soggetto a flagelli, a carceri, a morte?… Deh! Allontanatevi, tristi pensieri: non tormentate in sì funesta guisa il cuore tenerissimo d’un padre, che in quest’unico figlio ha riposta la speranza di un felice avvenire.

L’amore intanto non soffre di restarsi incerto, ma tenta in tutti i modi di assicurarsi della corrispondenza dell’oggetto amato. Ila, quindi, ad indagare i sentimenti del figlio, senza nulla svelare del turbamento del suo animo, il sorprese un dì in secreto, ed esprimendo la sua paterna tenerezza, così prese a parlargli: Vito dolcissimo, che vita della mia vita posso appellare, oggi più che mai sento di esternarti quell’immenso affetto che nutro verso di te, unica mia felicità. Questo biondo inanellato tuo crine, questi occhi brillanti come fulgide stelle, queste guance candide e rubiconde rapiscono sempre più verso di te il paterno mio cuore. Ma tu, a quanto io credo, non corrispondi al mio amore. Tu non fai ciò che conosci essere di mio genio. Quel ritiro, infatti, quello starti sempre vicino alla nutrice, quell’orrore ai festeggiamenti, ai teatri, ai templi sono mai convenienti al figlio di un senatore, destinato a figurare molto nella grande scena del mondo? Quel parlare, appena se ne offre il destro, di un uomo crocifisso, quell’elogiare la cristiana superstizione, quell’encomiare la gente infame che i nostri imperatori degna han giudicato delle più orrende carnificine, sono commendabili dell’unigenito d’Ila, che tenacissimo mostrar si deve della religione dei padri suoi?… Io non posso in te supporre una predilezione per l’uomo della Giudea; ma se vuoi corrispondere alla stima che ho di te, ti esorto a starti preparato a ricacciare glia assalti che potrebbero venirti dai nemici dei nostri numi, giacché so che il cristianesimo ovunque penetra e moltiplica i suoi seguaci.

Vito, che in rispettoso silenzio aveva ascoltato i paterni consigli, con mansuetudine e riverenza rispose: Padre mio tenerissimo, a cui mi legano i vincoli più sacri e più stretti di sangue, di gratitudine e di affezione figliale, voi col vostro linguaggio mi avete dato motivo di aprirvi sinceramente il mio cuore. Io giammai ho tenuto in buon concetto quella religione che deità bugiarde, vendicative, ignominiose propone ad adorare. I gentili che innanzi a loro si prostrano, si trovano miseramente nelle tenebre e nell’errore, quantunque da tre secoli dileguatasi l’oscurità della notte, sia apparso il giorno sospirato di luce e di grazia. Iddio, compassionando le sventure umane cagionate dalla colpa di origine, di cui tutti nasciamo infetti, in terra mandò il suo stesso Unigenito che, fattosi uomo, si offerse, per noi e per la nostra salvezza, vittima di propiziazione sull’ara della croce. Desso è Gesù Cristo che, ingiustamente condannato a morte, il terzo giorno risuscitò glorioso e trionfante. Ora siede alla destra del Padre e riscuote le adorazioni degli eletti in paradiso e di quanti in terra sono preordinati alla vita eterna. La sua religione comanda l’umiltà, la carità, la misericordia, il perdono delle ingiurie: ben vede adunque quanto sia superiore alle stolte teorie dei pretesi sapienti del secolo, molti dei quali, convinti, si arresero, e la fede abbracciarono del Crocifisso.

Ila freme all’udir queste energiche parole, comprende appieno le risoluzioni del figlio, impallidisce, trema. Vorrebbe incontanente sfogare la sua vendetta contro Vito, ma amore, tenerezza, speranza lo trattengono; egli volge quindi cruccioso uno suardo, indizio di furore a viva forza concentrato, e si ritira dolente nella sua stanza, con la fiducia di vederlo in altro tempo rinsavito.

 

CAPITOLO 4°

S. Vito affidato a S. Modesto.

La Provvidenza eterna che soavemente regge e governa tutte le creature, siano esse grandi o piccole, indirizzandole con infinita potenza e saggezza al fine che loro prefisse nel trarle dal nulla all’essere, invigila sempre ed in particolar maniera sul destino degli eletti, ond’essi, preservati dalle iniquità e dagli scandali di questo mondo, rinvigoriti di aiuti sovrumani a potere operare il bene, conseguando al fine la salvezza e la beatitudine che è l’ultima meta proposta da Dio alle creature intelligenti. Convinto d’una tale verità, contò il Salmista che gli occhi del Signore sono di continuo sopra i giusti, a cui comunica la sua grazia nel tempo per dare poi la gloria nell’eternità; Oculi Domini super justos - Gratiam et gloriam dabit Dominus. Ora Iddio, che nei suoi eterni consigli aveva eletto S. Vito per confondere nella fanciullezza di lui i grandi del secolo, prima a poco a poco lo dispose ad accogliere le meravigliose effusioni della sua grazia; quindi lo fece alimentare da cristiana nutrice, e poi volle che affidato venisse a cristiano maestro ed educatore. Quest’uomo fortunato, prescelto del cielo ad informar della sapienza dei santi la mente e il cuore dell’amabile Fanciullo, destinato ministro dei disegni dell’Altissimo, fu appunto Modesto, anch’egli occulto cristiano, stretto in amicizia ad Ila, padre di S. Vito.

Ecco intanto il ritratto di quest’uomo venerabile, quale ci viene dipinto dal Castelan, che molta notizie del santo concittadino, tramandate i Mazzara di generazione in generazione, nella storia di San Vito ci ha conservato.

Era Modesto di eminente virtù, meritevole di tutti i riguardi per i suoi intemerati costumi, per la dolcezza del suo linguaggio e per suo edificante portamento che a tutti ispirava riverenza e amore. Conosciuta la falsità del paganesimo, era stato sollecitato ad abbandonarlo, protestandosi di volere invece professare la cristiana fede, che mostrava chiaramente tutte le testimonianze della sua credibilità, e in Mazzara era divenuto uno dei più fervidi seguaci del Nazareno. Datosi allo studio delle sacre discipline, come da gentile si era applicato alle letterarie e filosofiche, venne dai fedeli riconosciuto maestro nella spiegazione dei Libri Santi, per cui la chiesa ce lo rappresenta avente in sua mano il libro della sacra Scrittura, che da perfetto teologo interpretava. Per queste magnifiche doti di natura e di grazia, si i pagani e molto più i cristiani, lo riguardavano come l’oracolo della patria, il modello degli onesti costumi, l’ornamento e la gloria della cittadinanza, mentre egli, ammaestrato alla scuola dell’umiltà e della carità del Salvatore, serviasi della stima generale per condurre le anime alla conoscenza della vera religione; onde, mentre indirizzava gli allievi nello studio delle lettere umane, li disponeva ad accogliere con docilità i misteri della fede, per la esaltazione della quale era pronto ad ogni sacrifizio, anche a versare il sangue.

Ila, vagheggiando un felice avvenire nella vita del suo figliuolo, che vedeva ornato di presenza di spirito, di lucida mente, di fervido cuore, di grazia ed avvenenza nel portamento esteriore, e conoscendo la capacità di Modesto, a tutti nota, risolvette di affidarlo a lui per discepolo. Disposizione arcana del Signore, che, per vie ascose all’umana prudenza, grandi meraviglie preparava nella sua Chiesa da effettuare per opera di un fanciullo! Cristiana era stata la sua nutrice, e cristiano fu pure l’istitutore che nella filosofia del Vangelo, la quale inculca il disprezzo del mondo e l’amor della croce, dovea guidare il fortunato allievo. Chi dubitar potrebbe dell’immediata operazione del santo Spirito in avvenimenti cotanto propizi ed ammirevoli?

Ammesso Modesto nella casa d’Ila, cominciò il suo delicato ufficio con ammaestranze nelle lettere umane, e più nella sublime sapienza del cristianesimo il caro San Vito, che i primi rudimenti della religione e della pietà aveva ricevuti da S. Crescenza. Gli parlava del vero Dio, uno nella natura e trino nelle persone, della creazione del mondo, del primo uomo fregiato d’innocenza e di originali bellezze, della colpa primitiva e dei tristissimi effetti ch’essa produsse nell’umanità. Quindi gli spiegava il senso delle antiche promesse mantenute costantemente nel popolo d’Israele e compiute nella pienezza dei tempi; e gli narrava la vita del sospirato Messia, la morte, risurrezione, ascensione di lui in cielo, e quanto deve sapere chi ha da abbracciare la religione del Nazareno.

Vito, come ognun può ben supporre, sotto la guida di si illuminato e fervido maestro, mentre cresceva negli anni, progrediva nella sapienza della croce. Quanto più la sua mente si arricchiva di cognizioni celesti, altrettanto il suo vergine cuore, si riscaldava nel fuoco dell’amor divino, onde ne avveniva che mentre detestava i costumi immorali dei gentili, praticava l’orazione, il digiuno, la penitenza e la misericordia verso i poveri di Gesù Cristo; stavasi ritirato col santo pedagogo, da cui apprendeva le dottrine di vita eterna, e con la virtuosa nutrice, in cui mirava luminosi esempi d’ogni eletta virtù.

Ma tutto ciò gradir non potea al padre, che nulla intendeva delle sovrumane dolcezze che gode lo spirito cristiano anche in mezzo alle privazioni e ai sacrifici. Egli anzi obbligavalo a comparire in certi giorni nelle sociali adunanze con fasto conveniente al suo alto grado e al suo ricco patrimonio, e a conversare coi più distinti personaggi nella corte di Valeriano, allora preside della città. Quest’unico figlio aveva, desiderava quindi che primeggiato avesse senza risparmio. Vito, però, costretto a frequentare alcune fiate la compagnia degli idolatri, a quei soli avvicinatasi che più si mostrava fregiati di natural probità, evitando ad ogni modo l’amicizia e la confidenza dei libertini. Nella conversazione poi, la sua condotta saggia e prudente, modesta e per nulla puerile, i suoi tratti gentili e gravi, il suo parlare soave e tutto casto gli conciliavano con l’amore il rispetto e la grazia di chi lo avvicinava, tanto è vero che la virtù si fa ammirare e difendere anche da coloro che non la posseggono. Del denaro dal padre concessogli per suo uso, serviasi a sollievo degli indigenti, or dotando orfane cristiane pel ministero di Crescenza, ed ora provvedendo poveri, orfani, ammalati, per mano di Modesto.

L’ordine dei fatti m’induce a rammentare un avvenimento, da cui dipende l’ulteriore narrazione di questa storia.

Ila, che per la sua nobiltà, la posizione in che si trovava e lo sperimentato attaccamento all’antica religione dell’impero, a sé attirava gli sguardi e la fiducia della pubblica autorità, meritò di ricevere da Valeriano una onorevole missione, per impegnar la quale portar si doveva in Siracusa, primaria città dell’isola, a conferire con quel senato su di affari di grande importanza comunicati dal tristo Diocleziano, tra i quali secondo al certo non era il prossimo editto imperiale di totale esterminio degli adoratori del Crocifisso che in ogni terra aveva seguaci e riscuoteva culto di fede e di amore.

Egli, prima di partire, chiamati alla sua presenza Vito, Modesto e Crescenza, così prese a parlare: "è tempo ormai che io vi sveli un segreto. Sappiate che per ubbidire a Valeriano muover dovrò in questi giorni per Siracusa. Le ragioni della mia assenza e del mio viaggio sono varie, ma la principale certo si è di trovar modo a mantenere integra l’unità e la pace in tutto il vastissimo impero, turbate da una setta nemica dei nostri numi, ostinata, fanatica, imprudente, contro cui non valsero le persecuzioni decretate dai nostri imperatori, e le carceri, i flagelli, gli esigli, le carneficine e le morti che ne seguirono. La mia legazione per tanto servirà, fra le altre cose, a prendere presso quel senato le più minute informazioni intorno i scemi cristiani che l’ira han provocato di Diocleziano, giacché dicesi pronto a firmarsi dalla sua tremenda destra il formidabile decreto di generale esterminio dei seguaci del preteso Messia. Si confischeranno i loro beni: la vendetta dell’imperatore cadrà qual fulmine sopra di essi, che saranno imprigionati, disonorati, incatenati, scorticati, esposti alle fiere negli anfiteatri, e inesorabilmente puniti di morte, volendo star fermi nella loro posizione."

"Gia corrono tempi di pericoli e di sospetti; vi avverto quindi non solo nella mia assenza di ben maneggiare i domestici affari, ma, ciò che più monta, di rendere visibile la nostra devozione ai numi dell’impero: poiché Valeriano mi assicura che gli invisi cristiani si moltiplicano occultamente in tutta Mazzara. A te, Vito, più che ad ogni altro, raccomando di mostrarti fervido nell’esteriore esercizio del nostro culto. Io non posso più tacere della tua condotta, che nulla appalesa d’idolatrico, anzi tu stesso, in momenti di giovanile esaltazione mi hai svelato le tue simpatie pel cristianesimo, e forse è per questo che non ami frequentare i templi, di assistere ai sacrifici, d’intervenire agli spettacoli. Abbi presente l’amor di un padre che vive della tua vita, ti prema l’onor della famiglia. Che mai sarebbe di me e di te stesso, se Valeriano sospettasse!… Preparati ad offrire al mio ritorno un pubblico sacrificio per la salute del nostro imperatore, e così eviterassi ogni sospetto che adombrar potrebbe il preside della città."

Scorsi pochi giorni, Ila prese commiato da Modesto e da Crescenza, strinse al seno il suo amatissimo Vito, gli depose affettuosi baci sulla fronte e sulle guance e, accompagnato da servi fedelissimi e da soldati armati in sua difesa e in suo corteggio, partì per Siracusa.

 

CAPITOLO 5°

Battesimo di S. Vito.

Pria d’inoltrarmi nella narrazione della preziosa vita del nostro fanciullo, credo opportuno di dar luogo ad una breve riflessione. I figli, per comandamento divino, prestar devono riverenza, ossequio e sottomissione ai loro genitori: Honora patrem tuum et matrem tuam. Però, nelle cose contrarie alla legge, siccome i parenti non possono avere alcuna autorità, così i figli non sono tenti ad ubbidirli, perché allora bisogna sottomettersi piuttosto a Dio, anziché agli uomini, che in tal caso non lo rappresentano sulla terra. Scrive infatti S. Paolo e comanda ai figli di obbedire ai loro parenti: Filii, obbedite parentibus vestris; ma, soggiunge, in Domino, vale a dire, in tutto ciò che non contraddice ai precetti del Signore, che è il padrone assoluto dei genitori e dei figli, e che dagli uni e dagli altri merita essere servito, amato ed ubbidito. Ed ecco la difficile posizione di Vito. Il padre, che era idolatra, gli comandava di venerare gli dei dell’impero e di disprezzare la cristiana religione che dai pretesi savi del paganesimo era riguardata come una stoltezza. Or ciò essendo contrario al primo comandamento, che un solo Dio propone di adorare. Non habebis deos alienos coram me, Vito non era tenuto ad obbedire. Per questo aveva proposto nel suo cuore di soffrire tutta la vendetta dell’ira paterna, anziché contaminarsi con la pratica dei vizi gentili.

Egli era catecumeno, e a sufficienza aveva ricevuto istruzione religiosa nelle sublimi verità della fede e della morale cristiana prima da S. Crescenza e poi da S. Modesto. Partito Ila, tutto favoriva al nobile disegno di consacrarsi interamente a Gesù Cristo col ricevere il lavacro di Salute. Il tempo era opportunissimo a fare la grande cerimonia con qualche solennità. Quindi il suo palagio, dapprima profanato con l’adorazione di tanti numi, divenne per opera sua come una tempio del vero Dio. Vi si alzò un altare, su cui si espose l’immagine del Crocifisso; vi si radunarono tutti i cristiani occulti della città e tutti coloro che si erano apparecchiati e che insieme a Vito bramavano di purificarsi dalla sozzura di ogni colpa nelle acque rigeneratrici del battesimo, per mezzo di cui l’anima risorge a vita sovrumana di grazia e di santità. L’innocente fanciullo, con acceso fervore di spirito, di orazioni, digiuni, penitenze, e col raccogliere gl’idoli dal cieco padre venerati, spezzarli e incenerirli, si era già preparato a divenire figliuolo di Dio e della Chiesa. Modesto con la sua aurea eloquenza anzi tutto spiegò la necessità e i vantaggi provenienti da questo sacramento, che è la porta della nostra fede cattolica. Vito, ripieno di purissima gioia, in nome di tutti i compagni e ad alta voce recitò la professione della fede con la protesta di esser pronto a morire per difenderla, e chiese il santo lavacro che Modesto fra le lagrime, le tenerezze e le preghiere degli altri fedeli, gli amministrò unitamente a tutti i catecumeni ivi presenti.

Compiuto questo sublime atto di religione, il saggio maestro del nostro fanciullo espose a tutti i novelli battezzati i pregi incomparabili della cristiana dignità, alla quale per divina degnazione erano tutti sublimati, raccomandò e con efficace zelo inculcò la completa osservanza dei doveri che derivano dalla abbracciata professione, l’amore e la fedeltà dovuta al Nazareno, la pazienza delle persecuzioni, la costanza nella fede, l’orrore ai riti pagani e la pratica costante del Vangelo, che è via, verità e vita come nell’individuo, così della famiglia e della società. Giurarono quei prodi neofiti perfetta obbedienza alla divina legge, si protestarono di essere pronti anche al martirio, anziché tradire la cristiana ragione, e ricevuta con spirito di sincera umiltà e riverenza la benedizione impartita da Modesto, si ritirarono nelle proprie famiglie, lieti di appartenere a Gesù Cristo.

Essendo soli rimasti Vito e i suoi educatori, li circondò una luce divina, in mezzo ai vortici della quale era un angelo che, indirizzando consolanti parole al novello battezzato, gli disse: "Io sono il celeste custode a te assegnato da Dio. Sappi che molti combattimenti ti sovrastano, giacché dovrai lottare contro l’ira del padre, il furor di Valeriano e la stessa potenza di Cesare. Ma non paventar di loro, mentre propizio il ciel ti guarda e ti difende. Preparati a visitare nuove terre e nuovi mari ad evangelizzare a popoli sconosciuti ed infedeli. Iddio gia ti ha eletto per ministro di sua sapienza. Ricordati di quella croce che sin dall’infanzia ti fu celata nel petto: essa sarà il tuo scudo e la tua difesa." Ciò detto, egli disparve, mentre i tre santi, inebriati di arcana ammirazione e dolcezza, prostesi a terra come i due Tobia, padre e figlio, adorarono la giustizia e la misericordia e i giudizi del Signore, che sceglie i piccoli e gli umili per confondere i grandi, i sapienti, i forti di questo mondo.

Ila intanto, senza nulla sapere di quanto si era operato durante la sua assenza nella propria casa e del battesimo ricevuto con si fervida devozione dal figlio, compiuto l’onorevole mandato, abbandonava Siracusa e ritornava in Mazzara. I suoi concittadini per la stima in che lo tenevano e lo stesso Valeriano andarono ad incontrarlo fuori le mura, prestandogli tutte quelle accoglienze che per la delicata ed importante missione ei meritava.

Ritiratosi quindi nel suo palagio, strinse al seno e baciò teneramente l’amato figlio, fece le cerimonie di uso verso gli educatori, e immantinente si portò dai suoi idoli per ringraziarli del prospero viaggio. Gli idoli con suo profondo rammarico non si trovarono, onde ne venne interpellato il nostro eroe. Vito non si smarrì, ma fidando in Colui che promise di parlare nei suoi servi, con sovrumano coraggio apertamente confessò di averli stritolati ed inceneriti, sostenendo con divina eloquenza che l’uomo, creato ad immagine e somiglia di Dio, non deve avvilirsi col prostrarsi, per adorarli, innanzi a simulacri muti e ciechi di pietra, di legno, di bronzo, che nulla rappresentano: di riscontro, essere obbligato, per legge di natura e per legge di grazia a prestare culto sincero di mente e di cuore al Creatore del cielo e della terra e a Gesù Cristo unico figliuolo di lui consustanziale e coeterno, Redentore pietoso degli uomini, per la salvezza dei quali morì sulla croce. Altro udir non volle il profano, che incontanente con rabbia infernale assalì l’innocente fanciullo, lo dimenò per le spalle a terra, lo percosse con pugni e schiaffi e calci, insanguinandone l’angelico e delicato sembiante e gridando come forsennato contro di lui: "Scellerato, perfido, traditore di una illustre famiglia, come ardisti tant’oltre portar la tua baldanza? E Giove, padre dei numi, come all’istante non ti incenerì? Mercurio, Urano, Marte, Venere, come non ti fulminarono queste tue mani impudenti? Ed ora per soprassello hai l’ardimento di nominarmi quel seduttore giustamente condannato al patibolo ignominioso della croce. A tali parole, Vito, dimenticando se stesso e tutto zelo per l’onore dell’oltraggiato Nazareno, si alzò da terra, esclamando: "Percotetemi, o padre, giacché così piace, toglietemi il sangue, privatemi della vita, ma non ingiuriate il mio Gesù, a cui mi glorio di appartenere come cristiano. Egli è il figliuolo di Dio e il fondatore di una Chiesa tutta santa. Al nome potente tremano gli abitatori dell’inferno, fuggono spaventati i demoni, cessano i malori e le incurabili infermità. Orsù alle prove per vostro disinganno, o padre, vengano innanzi a me quelli che sono colpiti da grave sventura, se al nome taumaturgo del mio Gesù non guariscono, direte pure che io mi trovo in inganno. Si raccolsero prestamente alcuni infelici, ed ecco, al cenno di Vito e nel nome onnipotente del Nazareno operarsi strepitosi prodigi, e perfino i demoni dipartirsi spaventati dagli energumeni, confessando frementi e a malincuore la virtù del cristiano fanciullo.

A tali avvenimenti superiori alle ordinarie leggi della natura, l’odio del senatore contro il disprezzato Figliuolo dell’Altissimo, fattosi uomo per la salute del mondo colpevole, non doveva placarsi, anzi mutarsi in sentimenti di ammirazione, di amore e di culto al vero Dio adorato dal suo figlio che tali prodigi operava? Ma poiché a cagione dei pregiudizi, dell’orgoglio e delle altre passioni umane l’intelletto non viene rischiarato dalla luce purissima del vero, e la volontà in origine debilitata non si piega al bene senza un soccorso sovrumano che Dio per terribili suoi giudizi nega ai superbi, Ila ad onta della meraviglie del figlio restò nelle tenebre dell’orrore e del peccato, anzi di amante divenuto crudele verso di Vito, ordinò ai suoi servi di seppellirlo in una oscura stanza del suo palagio per servigli di orrida prigione.

Ivi il delicato fanciullo provveduto di scarso pane e poca acqua, con le membra ancora addolorate per le ricevute percosse, senza alcuna comodità, avendo per giaciglio la nuda terra, cominciò con paziente e lieto animo a sopportare le prime prove a cui assoggettavalo la fede che avea professato, ricordandosi del detto dell’Apostolo, che afferma dover soffrire contrarietà a chi vuol menare vita cristiana e divota: Omnes qui pie volunt vivere in Cristo Jesu, persectionem patientur.

 

CAPITOLO 6°

S. Vito innanzi a Valeriano

 

I fatti gia narrati, avvenuti in una delle principali famiglie della città, restar non potevano lungamente nel silenzio. Vito era da tutti conosciuto ed amato: dai cristiani per le sue rare virtù e la sua fede viva ed operosa: dai pagani per i suoi modi soavi ed urbani: dagli uni e dagli altri per le sue beneficenze, pel suo disinteresse, pei suoi sentimenti nobili ed elevati. La notizia delle sue sofferenze e delle ragioni per cui il padre così severamente lo puniva, volò di famiglia in famiglia, e passando di bocca in bocca e di orecchio in orecchio, ondeggiò sino a Valeriano, il quale, zelante del patrio culto, ne volle informazione dallo stesso Ila. Questo padre sciagurato non potè dissimulare quanto a sua insaputa era avvenuto nella sua casa, lui assente, per le insinuazioni o, se non altro, con la complicità degli educatori del suo amato figliuolo. Ahimè! Quindi soggiunse, io sono il più sventurato fra i genitori, giacché mentre l’editto si prepara per il totale sterminio dei cristiani, trovo con mia sorpresa e dolore di esser cristiano l’unico mio figlio, il quale mostrasi così ostinato in tal professione che non valgono minacce e castighi a fargli rinunziare l’odiata credenza. Che farò io adunque in tale inaspettata congiuntura? Potrò soffrire di vederlo soggetto alle atroci pene che si apparecchiano contro gli adoratori del Crocifisso? Morirà dunque vergognosamente seguace d’una setta che il mondo dei spietati detesta ed aborre? Resterò così privo dell’unico mio bene senza di cui la vita sarà per me un supplizio? - Non ti sgomenti l’ostinatezza del figlio, disse il preside all’udir questi tetri presentimenti dell’amico, riesce facile a ricondurre al dovere un fanciullo, e io men fido più con blandi modi che con rigore. Venga Vito alla mia presenza.

Ed ecco il santo Fanciullo dalla scura e ristretta stanza destinatagli dal padre per carcere fu tradotto innanzi a Valeriano. Vedevasi affranto per le sofferte violenze, macilente per lo scarso nutrimento, pallido per i disagi e le privazioni. Il truce preside nel mirarlo così afflitto se ne mostrò commosso, compose a simulata benevolenza il fiero sembiante, gli si fece incontro, colmandolo di carezze, lodandolo le gentili forme cui la natura lo avea impreziosito, e rivelando la stima e l’affetto che nutriva per lui, nobile rampollo di antenati sempre gloriosi e devoti alle leggi dell’impero. Poi soggiunse: "Sarà mai vero quel che si dice che io non credo, cioè che tu, fanciullo di liete speranze per la patria, sii stato sedotto ad abbracciare l’odiata setta dei cristiani dai nostri imperatori meritatamente proscritta e perseguitata, e con tanta leggerezza ti sei dimenticato del culto dei nostri numi immortali che da tempi immemorabili tutto il mondo onora ed invoca?" - Vito senza perdersi di coraggio, con sovrumana prontezza rispose: "Si, è vero, ed ora torno a confessarlo, come feci innanzi al padre, io non sacrifico ai vantati numi dell’impero, né mi inchino davanti ai simulacri di pietra, di legno o di metallo: adoro bensì quel Dio supremo, vivo e vero, che essendo uno nella natura, è trino nelle persone: adoro Gesù Cristo, unico suo figliuolo che venne in terra nella pienezza dei tempi a farsi uomo per la nostra salvezza e poi morì confitto in croce, non già qual reo, poiché lo stesso personale che ingiustamente lo condannò al patibolo dei malfattori, prima di dare la deicida sentenza lo confessò innocente innanzi al popolo inferocito, ma come mallevadore degli uomini, figurato molti secoli avanti la sua nascita temporale dei patriarchi e vaticinato dai profeti, che descrissero le più minute circostanze della sua beatissima vita".

A tanta fermezza di carattere che rendeasi più meravigliosa in un tenero fanciullo, il preside quasi smarrito mescolava promesse e minacce, promesso di onori e minacce di flagelli. Vito, intrepido si protestava di essere pronto a soffrire tutti i tormenti per amore del Nazareno, a cui da bambino era stato dagli educatori consacrato. Udita questa risoluzione, Ila che era li presente, ruppe in dirottissimo pianto, esclamando inconsolabile: Ohimè! Ho già perduto l’unico mio figlio, e più non mi è dato di ricuperarlo. Vito a lui rivolto soggiunse: "Voi piangete, o padre, perché privo del lume sovrumano della cristiana fede, ignorate al certo qual vita mi aspetta, quando morto sarò pel mio Gesù. Essa è vita mortale e divina, vita di eterna beatitudine.

Intanto Valeriano indispettito per queste pronte risposte che al vivo lo feriscono, muta aspetto e linguaggio. Non potendo soffrir di esser vinto dal santo Fanciullo, ricorre all’ultima ragione dei potenti. Orsù, esclama, sia questo protervo subitamente denudato e flagellato. Ed all’istante il purissimo Vito è spogliato delle sue vesti: compariscono le sue carni innocenti: i littori son pronti coi preparati flagelli a fare orrida carneficina del tenero fanciullo che, qual giglio sbattuto dalla grandine, verrà pesto e quasi languirà. Però il preside, nella speranza di vincerlo, il consiglia altra volta ad arrendersi, a riconoscere i numi dell’impero, ad offrir loro sacrifizi; quindi ritarda a far eseguire la sua sentenza, giudicando che la sola minaccia sarebbe stata sufficiente a farlo rinsavire. Ma la risposta di Vito è sempre la stessa: minacce e terrori non valgono a rimuoverlo dal suo santo proposito, talché Valeriano riconosciuto incorreggibile lo condanna alla pena del catomo che, secondo la più comune opinione, consistea nel far pendere il martire dagli omeri altrui, mentre crudeli ministri, lo battean sulle nude terga, come avvenne a S. Barida, S, Tommaso ed alle sante Eulalia ed Afra. Però mentre alza con furia la destra per accennare ai ministri di eseguire prontamente la sua sentenza, il braccio gli restò non solo privo di moto ed inflessibile come ferro, ma ancor soggetto ad atroci dolori. Ei non ne comprende la cagione, onde invece di riconoscere la potenza del Dio di Vito, si rivolge supplichevole ai suoi insensibili dei, esclamando: "Numi immortali, venite in soccorso del vostro adoratore". Vito deride il supposto potere dei falsi numi, che gia non vedono, non odono, non si muovono, non si prestano propizi alle suppliche dei loro clienti, e fa uopo che egli stesso il braccio gli risani con l’invocare l’adorato nome del Nazareno. Alza fiducioso gli occhi al cielo, donde discende ogni vero conforto, e prega: "Gesù, mio Salvatore, non per questo idolatra che veggo ostinato nella sua superstizione, ma a vantaggio dei circostanti, acciocché, essi ammirino la tua potenza e bontà e ti credano, come veramente sei, unigenito del Padre, regnante, nell’unità di natura, con lui e il Santo Spirito, restituisci, ten supplico, il vigore al braccio destro di questo protervo preside. Dette tai parole, Valeriano sente rinvigorirsi l’assiderato braccio e scomparire ogni dolore; quindi temendo che altri mali gli sopravvengano se continua a lottare con l’invitto cristiano che crede di arte magica ben munito, il consegna ad Ila, inculcando alle stesso di adoperarsi a fargli mutare sentimenti e religione: "Prendi, dicendo, o senatore, la cura di questo pertinace tuo figliuolo, e pensa a farlo ritornare all’ossequio dovuto ai nostri numi.

 

CAPITOLO 7°

Purezza di S. Vito. Suo prodigio in favore d’Ila.

Avendo narrato i mezzi surriferiti, inefficaci a poter smuovere S. Vito dalla cristiana fede ed a convertirlo al culto degli idoli che l’insano paganesimo proponeva, Ila impensierito dell’avvenire e dai gravi pericoli del figlio, nella fiducia di ottenere il suo intento con mezzi anche per natura illeciti, divisò di ricorrere ad un nuovo genere di assalti che solo un padre idolatra poteva inventare; a quello delle grazie muliebri, dei vezzi lascivi e della danza inonesta di leggiadre donzelle. Or chi non sa come tali assalti pel fragile cuore dell’uomo siano più pericolosi degli stessi martirii? Quanti sciagurati infatti, cui non vinsero il demone e la tirannide, restarono poi miseramente soggiogati da un gesto, da uno sguardo, da un accento di Venere?… Ed è per questo che gli stessi gentili, conoscendo l’umana fralezza, ricorrevano spesso ad un sì indegno stratagemma per indurre i credenti in Cristo ad apostatar della fede, che prima avevano gloriosamente professata innanzi alle terrene podestà.

A tale cimento venne pure esposto il nostro eroico fanciullo per comando del genitore che lo voleva ad ogni costo ritornato al paganesimo, ed a cui poco o nulla importavano la verecondia ed il pudore. Vito fu rinchiuso in una stanza riccamente addobbata di arazzi purpurei e di tutti quegli ornamenti inventati dalla corruzione degli orientali. Ivi strumenti musicali producevano armoniosi concerti che facevano risuonar l’aria di odorosi profumi imbalsamata, e toccavano le molli fibre del cuore, per la sua depravata natura più inclinato al sensibile che allo spirituale, mentre pagane e lascive donzelle s’impegnavano, secondo il turpe mandato che avevano ricevuto, di suscitare impuri desideri nel santuario di quel petto verginale e d’indurre quell’anima pura a voglie disordinate. Si avvide il purissimo Vito del pericolo in cui si trovava: tentò all’istante di fuggire, ma ciò non potendo col corpo, volò con la mente in più bella regione ove respiransi aure di castimonia, s’innalzò con divoti e santi pensieri alla celeste Gerusalemme, supplichevole esclamando: "Dio dei padri nostri, Abramo, Isacco e Giacobbe, volgi pietoso lo sguardo su di me: abbi compassione del tuo piccolo servo, confermami nel santo proposito di conservare il mio candore e fa che le genti non mi insultino, dicendo nei loro deliramenti: Ovè quel Dio in cui hai riposta la tua fiducia? Tu dunque, che tutto puoi in cielo e terra, sostieni la mia debolezza con la tua potenza infinita". Così pregò con tutta l’effusione del suo cuore, e fu esaudito. Incontinente dodici angeli si videro comparire per far grata compagnia a lui angelo in carne e custodire la sua immacolata purezza. Vortici di immensa luce attorniarono il santo fanciullo, un’altra fragranza tutta celeste ed altre melodie di paradiso rapivano in estasi dolcissima e sovrumana. Le vispe ed impudiche fanciulle, non potendo sostenere quell’abbagliante splendore, quali nottole nemiche del giorno, disparvero all’improvviso e corsero ad avvisarne il senatore.

Ila che con grande ansietà attendeva il risultato di quella missione, all’udir l’inatteso racconto, si apprestò sollecito all’uscio, vide il mirabile portento ed immaginò che i numi suoi in forma di bellissime aquile fossero discese a deliziar il cuore di Vito. Ma qual non fu il suo dolore, quando per aver guardato con occhi impuri i segreti di Dio e in punizione della sua ostinatezza nel male smarrì la vista e si trovò in mezzo alle tenebre più folte! Allora singhiozzando si mise ad esclamare: "Ah! Misero me che s’è spento all’istante il bel lume degli occhi miei, e gia son divenuto cieco". Accorsero a tali grida pietose i parenti, gli amici, i servi: domandarono l’origine di tanta sventura, e rimasero addolorati al racconto del triste avvenimento. Al rumore, divulgatosi pure per la città quale elettrica scintilla, accorse pure Valeriano seguito da immensa moltitudine. Questi vedendo l’amico divenuto cieco, dimandò pure della causa di tanto male; Ila rispose: "Guardai con occhi curiosi i numi immortali, da cui si spandevano torrenti di luce sì viva che, abbacinato dal soverchio splendore, smarrii la vista". Il preside udito il fatto ordinò che l’amico si conducesse al Tempio del sommo giove per impenetrare col perdono dell’ardita curiosità il perduto senso. Ivi pergiunto, Ila fiducioso alzò la voce e fè voto: "Giove potente, esclamando, padre e monarca di tutti gli dei, se, come spero e ten prego caldamente, mi ridoni il desiato lume, io ti offrirò insieme ad altre vittime un toro di bronzo ben lavorato, e con dorate corna, e sempre in tutta la mia vita, grato del ricevuto benefizio, con nuovi sacrifici celebrar prometto il giorno anniversario dell’impenetrata vista". Ma Giove non l’udì, perché privo di udito egli stesso, come aveva gia detto il profeta: "…Aures habent et non audient". Giove non vide la cecità del suo divoto, perché se stesso cieco: "…Oculos habent, et non videbunt". E così sperdendosi le preghiere e le promesse pei quattro venti, Ila cieco restò col cieco Giove cui stoltamente adorava, e dal quale invano si attendeva di ricuperare la perduta vista.

Nulla avendo ottenuto dal venerato nume, l’inesaudito idolatra più che mai dolente se ne tornò in sua casa, ove ricordandosi ciò che Vito avea operato in favor di Valeriano, si abbandonò sulle ginocchia di lui e lacrimante lo supplicò di accordargli ciò che Giove non gli aveva concesso: "Figlio diletto, dicendo, ti muova a compassione la cecità di chi ti diede la vita: tu solo puoi rendermi felice con quella occulta virtù, che opera meraviglie: come il braccio risanasti al preside, guarisci ora di grazia questi occhi miei, e concedimi di rivedere lo spettacolo della natura". "Rinunziate voi, - Vito rispose - alle false deità del paganesimo, Giove, Ercole, Giunone, Minerva, Vesta ed Apollo che riscuotono dai pagani gli onori solo dovuti al Crocifisso?" Ila il promise con le labbra, ma non col cuore, per cui Vito soggiunse: "Conosco, o padre, la vostra ostinatezza nel culto antico, ma pei circostanti, acciocché essi credano nella potenza del vero Dio, che io riconosco e adoro come creatore del mondo, e Redentore degli uomini, quantunque nol meritiate imploro sopra di voi la sua misericordia". Pregò allora l’angelico fanciullo con quell’ardente carità che animava i martiri a beneficiare gli stessi loro persecutori, invocò il nome adorabile del Nazareno, fece il segno della croce, e disse: "Signore Gesù Cristo, che con la tua potenz concedesti al cieco nato il lume che la natura avergli negato, quantunque la sua fede non l’avesse meritato; per la gloria del tuo nome illumina gli occhi di questo mio padre, acciocché vedano e si confondano i tuoi nemici, e si rallegrino tutti coloro che ti riconoscono e ti credono". Fatta questa fervida orazione, Ila ricuperò la perduta vista con grande meraviglia di coloro che l’attorniavano e sapevano la storia del triste caso.

Un tal prodigio non era più che sufficiente a far rinsavire ogni idolatra? Ma l’ostinato senatore, più cieco nell’intelletto di quanto lo era stato negli occhi, a tal portento non si piegò, non riconobbe, come dovea, la verità della cristiana fede, nella quale soltanto si trovano i veri miracoli. Quindi di abisso precipitò in più profondo abisso, minacciando persino di morte il figlio e gli educatori di lui.

 

CAPITOLO 8°

San Vito in Egitarso

È un dovere, che la stessa legge di natura impone ai parenti, di amare i loro figliuoli. Questo dovere dagli uomini allora è praticato, quando danno ai propri nati il nutrimento, l’educazione, la istruzione e tutto ciò che si richiede a formare loro una onesta posizione nella società in cui vivono. Iddio nella legge scritta affidata a Mosè sul Sinai e confermata da Gesù Cristo che venne non a scioglierla, come fece dei precetti legali e cerimoniali, ma ad adempirla, comanda ai figli di onorare i loro genitori, ma non comanda a questi di amare i loro figliuoli, perché ciò sarebbe stato inutile, essendo nella natura stessa di essi l’amare ed avere cura sollecita dei propri figli, nei quali, che sono parte di essi, perpetuano la loro esistenza nell’umanità.

Ila amava molto Vito, sì perché questi era figlio, era unico e di belle qualità adorno, e si ancora perché essendogli morta l’adorata consorte, non concentrava tutto il suo affetto che in lui solo che riguardava come il rappresentante della sua nobile ed antica famiglia. Voleva però che egli avesse corrisposto a’ suoi desideri manifestati in si chiara guisa, abbandonando la cristiana fede. Ciò facea per due ragioni: 1° perché odiava al sommo Gesù Cristo e quindi tutti coloro che lo seguivano; 2° perché temea che Vito, essendo cristiano, con disdoro della sua famiglia, fosse poi soggetto alla morte che per i seguaci del Redentore si preparava, e che quindi avesse in lui perduto l’unico erede dei suoi beni, il sostegno della sua vecchiaia ed il rappresentante della sua casa. Lo amava quindi con solo amore naturale (perché come pagano non poteva conoscere e praticare altro amore), ma non con quella carità che viene infusa da Dio mediante il battesimo, e che è forte come la morte, è il segno per cui sarebbero riconosciuti i seguaci del Nazareno e che tutti gli uomini, anche nemici, ci fa amare in Dio che è per sua natura carità.

Ma i sentimenti naturali, quando non sono avvalorati dalla grazia ben possono mutarsi, richiedendolo altre ragioni; non così la carità, della quale dice S. Paolo, che nunquam excidit, è benigna, è paziente, non è invidiosa del bene altrui, e tutto soffre con invitta pazienza. Per questo vediamo in Ila l’amore verso il figlio mutarsi in odio, e quale odio? Il più barbaro, il più efferrato, quello che spinge alla più crudele vendetta, a voler dare la morte all’oggetto, prima tanto amato, al proprio ed unico figlio. Qual differenza quindi non passa tra l’amore semplicemente naturale ed il sovrannaturale, tra la così detta filantropia e la carità! Ila avea visto Vito ridonare con l’invocazione del nome potente di Gesù il braccio al preside ed a se stesso il bel lume agli occhi. Dopo tali meraviglie riconoscer non dovea la grandezza del Dio adorato dai cristiani e quindi dal suo figlio? Invece da ciò ei trasse argomento di sempre più odiarli e di essere disposto a far soffrire al suo figlio morte la più crudele e barba per non vederlo seguace di quella che egli chiamava setta insensata di un uomo crocifisso.

Dopo il miracolo surriferito egli che avea stabilito nel suo cuore la morte di Vito, non pensava che alla maniera di cui disfarsi del figlio che a suo credere era divenuto indegno di lui, ingrato al suo amore, perché fermo in una religione che non era la sua. Però prima di arrivare a questo inqualificabile eccesso di barbarie, a tentar l’ultimo colpo, chiamati a sé Modesto e Crescenza, riguardati come causa della pertinacia del figlio, loro intimò di fargli abbandonare la cristiana religione, minacciando ancora essi di morte ignominiosa e crudele, se non vi adoperassero per la conversione di Lui. I due santi non si smarrirono per questo, anzi separatisi da Ila, chiamato Vito in disparte, lo rinvigorirono maggiormente nella fede che professava; si prostrarono quindi insieme con lui ai piedi del Crocifisso, e caldamente pregarono. La loro prece qual odoroso profumo di incenso, saliva allora sino al trono dell’inaccessibile Divinità, che l’accoglieva e la esaudiva.

Quando Erode perseguitava a morte il figliuolo di Dio fatto uomo per la nostra salute, l’angelo compariva a Giuseppe, capo della santa famiglia di Nazaret, comandandogli di prendere fra le braccia il Bambino, di svegliare l’Immacolata consorte e di fuggire con essi, in quell’ora medesima, in terra straniera, nell’Egitto. Così restaron confusi gli empi consigli di quell’uomo orgoglioso, che come gli altri pargoletti di Betlem e dei dintorni voleva affogare nel sangue Colui che è l’autore della vita.

L’istesso avvenne ai nostri tre giusti, iddio nella sua sapienza si compiacque dissipare gl’insani e crudeli propositi del nemico della sua augusta religione.

Era notte serena. L’argentea luna spandeva sulla natura il suo mesto chiarore e le stelle scintillavano di tremola vaghissima luce. Un silenzio profondo regnava in tutta la natura; e, mentre taceva ogni cosa, l’angelo consolatore veniva spedito da Dio, che non abbandona nella tribolazione i fedeli suoi servi, a confortare i tre santi; ordinando a Modesto che insieme a Vito e Crescenza fuggisse in quell’ora medesima in lontana regione. A tale supremo annunzio chinarono essi devotamente la fronte, si sottomisero con umile ossequio alle disposizioni del Signore, diedero l’ultimo saluto alla patria, su cui implorarono la misericordia di Dio, e si partirono fiduciosi e rassegnati. L’angelo li guidava, finché per terra, o, come pensano il Surio, il P. Gaetani e l’abate Pirri, per mare, arrivarono felicemente al capo Egitarso, che oggi capo S. Vito dai geografi viene appellato. Il nostro santo fanciullo era allora entrato nei 12 anni.

Ivi giunti, resero anzi tutto grazie all’Altissimo che prodigiosamente li avea scampati dalla vendetta d’Ila, e Vito per confermarsi sempre meglio al sommo Re della gloria che per gli uomini era stato flagellato, coronato di spine e crocifisso, accoppiando all’angelica purezza i rigori della penitenza dei più intrepidi anacoreti, flagellava il suo tenero corpo sino a farne scorrere vivo sangue, lo straziava con spinose verghe e con nodose funi il tormentava, e rivoltatasi ignudo nello spineto di un vicino boschetto che giardinello di S. Vito fino ai nostri giorni viene chiamato. I popoli dei dintorni sorpresi di tante meraviglie che in lui vedevano, lo riguardavano come un nume sceso dal cielo a consolazione dei miseri mortali, mentre egli protestandosi di essere solamente un umile servo del vero Dio istruiva quei miseri gentili nei misteri della fede, e poi li battezzava, invocando sopra di loro i molteplici carismi dello Spirito Santo.

Ivi sorgeva pure la città di Contorrana. In essa regnava il paganesimo con tutti i vizi, di cui egli è padre. S. Vito vi predicò la lieta novella, il Vangelo di pace e salute, come l’avea predicato nei luoghi vicini. Ma essa non accolse la parola dell’inviato di Dio, cui anzi derise e rigettò, perché scuotevala dal placido sonno dell’errore, e richiamatala dal culto antico e superstizioso, in cui i sensi signoreggiavano la ragione. Amò di restare nelle tenebre del peccato, anziché venire illuminata dalla luce benefica della verità e della grazia: "Dilexerunt magis tenebras quam lucem". Vito scosse la polvere dei suoi piedi, secondo il commando dato da Gesù Cristo agli Apostoli: Excutive pulverem de pedibus vetris, uscì dalla prevaricatrice città per non rientrarvi mai più, annunziandone con spirito profetico e con forte dolore del suo tenero cuore l’imminente irreparabile desolazione. Quanto ei predisse, si avverò. Appena infatti abbandonò quella mura, un tremuoto orribile e prolungato atterrò Contarrana dalle fondamenta; le montagne che attorno le sovrastavano, precipitarono, rovinando su di essa fino a non farne comparir alcun vestigio, per lo che chiamasi quel luogo Lavanca di Contarrana, che in più chiaro idioma abisso di Contarrana significa, e non in altro consiste che in isconcentrati dirupi, in orribili cave e in altissimi massi di pietra sossopra sconvolti, quali a chi li mira non altro apportano che spavento e terrore. L’esservi poi a piè di tali rovine una cappelluccia sotto il titolo di S. Crescenza, immemorabile ed antichissima, vogliono che sia, e la fama degli Ernici lo predica, che qui arrivati all’uscita di Contorrana il santo e i suoi educatori, precipitasse su l’infame città la divina vendetta. E altri aggiungono che rotolando con grande impeto un masso di quelle montagne, a piè della santa nutrice Crescenza fermossi, e perciò a lei, in memoria di ciò, è dedicata una tale cappelluccia di gran devozione ai fedeli.

 

CAPITOLO 9°

San Vito nella Lucania

 

Come l’angelo del Signore apparso di notte al grande Giuseppe, sposo integerrimo di Maria, gli comandò di fuggire in Egitto con la famiglia e poi, dopo sette anni, gli ricomparve in questa contrada ordinandogli di tornare in Galilea, perché era gia morto Erode che aveva attentato alla vita dell’umanato Verbo; così quel nunzio celeste che in Mazzara si era fatto vedere da Modesto, a cui aveva comandato di abbandonare insieme a Vito e Crescenza la patria, gli amici e gli agi della famiglia e di portarsi in lontane contrade per sfuggire le trame perverse d’Ila, ora gli ricomparisce in Egitarso, dicendogli: "Partite da questi luoghi, giacché è arrivato il tempo di annunziare in altro paese il regno dei Gesù Cristo." Quali apostoli novelli essi, lieti di obbedire sempre ai cenni del Creatore, manifestatasi da un suo ministro, abbandonarono Egitarso e si portarono ad annunziare la fede cristiana ad altri popoli sconosciuti che per la loro docilità formar doveano la più dolce consolazione del cuor di Vito.

Scesi dunque in un naviglio nelle marittime contrade di Se gesta, dopo 250 miglia di prospera navigazione presero terra vicino al fiume Sele in un luogo detto Alettorio, che nel nostro idioma significa Gallinaceo. Ivi costeggiando il Sele, alla fine stanchi del lungo viaggio si adagiarono sotto l’ombra benefica di un albero frondoso, ove Iddio curava a provvederli di vitto quotidiano.

Vito quindi animato di zelo per la propagazione della fede e del regno morale e divino del Nazareno cominciò ad ammaestrare le genti dei dintorni nella provincia che Ludania in quei tempi si appellava; onde per la sua dimora in quei luoghi per le conversioni ivi operate e per i molti prodigi che a sua intercessione vi si avveravano Lucano venne appellato.

Egli comparve a quei popoli quale angelo consolatore, il quale vedendo la superstizione in cui erano immersi, e che loro facea alzare delubri e simulacri a falsi numi, si accinse a mostrare la bellezza della fede cristiana, la bruttezza e i turpi effetti della colpa e la felicità che reca la virtù. Quindi qual nuovo Battista ad inculcare la conversione ed il grave dovere della penitenza, unico mezzo dopo il peccato per ravvicinar e l’uomo a Dio suo Creatore e Padre, cominciò a predicare:"Paenitenziam agite". La dolcezza della sua favella, l’avvenenza del suo sembiante, la modestia del suo comportamento, la sapienza della sua nuova dottrina, la santità della sua vita irreprensibile e la frequenza de’ suoi miracoli trassero attorno a Lui a folla i Lucani, cui egli ammaestrava nei misteri della cristiana religione, nella morale, nella necessità dei sacramenti, specialmente nel battesimo, senza del quale niuno può arrivare al conseguimento dell’eterna salute; apriva la cortina che vela al presente i futuri destini dell’uomo, creato per la moralità e la felicità, promettendo l’eterna beatitudine, preparata nell’altra vita ai giusti e retti di cuore e di opere, e minacciando perpetui tormenti ai prevaricatori della ivina legge. - Popoli dunque, in tal guisa alzava la sua voce l’angelico fanciullo, sorgete dal sonno fatale ed accogliete divoti la parola di grazia e di vita che io vi predico. Cooperatore Iddio mi manda della vostra salvezza: rinunciate di cuore alle stolte divinità finora adorate, a Giove, Nettuno, Urano, con le lascive Venere e Giunone, che sono modelli di vizio, non mai di virtù: seguite gli esempi e gli insegnamenti del Salvatore, che è morto per tutti sopra un patibolo d’ignominia, e che copiosa mercede vi promette, se docili vi mostrerete alla sua chiamata. Egli solo è via, verità e vita del mondo, e chi crede in lui ed opera secondo la sua legge, non gusterà la morte in eterno, ma avrà in ricompensa la vita della gloria e della compiuta beatitudine. Quei miseri gentili che non avevano mai udite tali consolanti verità sovrumane, mossi dalla grazia del Santo Spirito che per la fervida predicazione di Vito loro si comunicava, contriti di cuore piangevano la loro cecità e i loro traviamenti, e percotendosi il petto: "Sì, rispondevano, o ministro dell’altissimo, noi crediamo in quel Dio pietoso che tu ci annunzi, ci sottomettiamo di buon grado ai suoi comandamenti, e vogliamo, come tanti altri, essere partecipi dei frutti saluberrimi della sua dolorosa passione. Ecco l’acqua fluente del Sele, deh! Lava col battesimo queste anime da tante laidezze fino a questo momento contaminate: rendile figlie di Dio, spose di Gesù Cristo ed eredi del paradiso, invocando sopra di noi i doni celesti del divino Spirito." Vito ripieno di purissima ed ineffabile gioia vista dei trionfi della grazia, stendea la destra, attingea le acque del fiume, battezzava quei docili catecumeni, ed operava intanto in loro favore diverse meraviglie, mentre un inno di gloria ed un cantico di benedizioni al Dio di Vito udivasi risuonare per le sponde del Sele. Che l’eco poi rispondeva dall’altra sponda, e Vito uomo celeste ed angelo in carne veniva da tutti salutato.

 

CAPITOLO 10°

Persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, S. Vito è chiamato in Roma.

 

Fra gli imperatori romani che pel volgere dei primi tre secoli del cristianesimo insanguinarono con editti di generale persecuzione l’immacolata Sposa di Cristo, non avvenne alcuno dipinto dagli storici con sì tetri colori quanto l’iniquo Diocleziano, negli ultimi anni dell’impero del quale le forze dell’inferno e degli uomini si scatenarono più violente contro la Chiesa con la decima spietata e cruenta persecuzione.

Erano allora pei credenti nella divinità del Nazareno tempi di fede viva ed operosa. La cristiana religione sorretta da mano invisibile dilatava la sua potente energia e benefica influenza in mezzo alle tenebre ed alla corruzione del mondo pagano, che facea gli ultimi sforzi per impedire che la croce di Cristo avesse alfine trionfato. Una rinnovazione religiosa operavasi gradatamente in tutto il vastissimo impero Romano, talché il Crocifisso veniva adorato non solo da molti del popolo, ma da filosofi, da senatori, da soldati, da famiglie e nobili e doviziose. Diocleziano, bisogna confessarlo per onor del vero, avea tollerato per ben diciotto anni i pacifici cristiani che per nulla lo molestavano, anzi erano i più sottomessi, né mostrava il mal talento di suscitare contro di essi una persecuzione, che riuscir dovea sopra ogni altra sanguinosa per l’esterminato numero di cristiani, che si trovavano in tutte le classi della società e in tutti i gradi dell’esercito. Amor di pace, prudenza civile ed altre politiche ragioni lo trattenevano dall’infierire contro i seguaci del Nazareno. Però furono tali le perverse suggestioni del tristissimo Galerio che da Cesare sin dal 292 governava l’Illiria, la Grecia e la Bassa pannonia, le false insinuazioni degli amici che dicevano in pericolo l’impero col moltiplicarsi dei cristiani e le pretese risposte di Apollo, dal superstizioso imperatore consultato, che alla fine il vecchio Augusto fece divampare il gran fuoco della più terribile persecuzione generale. Il primo editto fu firmato in Nicodemia il dì 23 febbraio, celebrandosi le feste Terminali, l’anno di nostra salute 303, allorquando Vito, che volgea dai 12 ne 13 anni, si trovava nella Lucania.

Appena il tremendo decreto venne bandito e mandato nell’Occidente dove Massimiano l’avea prevenuto raddoppiò il suo rigore, fu tale il biasimo universale che gli stessi gentili più oesti ne restarono indegnati, perché vedeano turbarsi la pace dell’impero ed assalita un’immensa famiglia innocente, disinteressata, benefica. Intanto i cesari, ad eccezione di Costanzo Cloro che governava le Gallie, i prefetti, i giudici, i duci delle legioni cominciarono a tormentare in tutti i modi i fervidi seguaci del Redentore per abbattere con ogni genere di supplizi la loro eroica costanza, sino ad insultare al pudor delle vergini, a rendere più stentata la morte ai fanciulli, ai vecchi, al fragil sesso, e ad inventare nuovi modi di straziare tutti coloro che confessavano la divinità di Gesù Cristo.

Mentre si praticavano contro i fedeli le arti più insidiose e le carneficine più ributtanti per farli apostatare dalla loro religione, il nostro Vito istruiva, battezzava, operava prodigi nella Lucania, e tanto si avanzava nella carriera d’ogni eletta virtù, che monsignor Sarnelli sorpreso dalla considerazione della santità già matura in tal fanciullo, così scrive di lui: "Era ormai Vito pervenuto all’età di 12 anni e vedevasi da Dio arricchito dei doni e delle virtù dei dodici apostoli, dei quali premea le orme beate e calcava le venerande vestigia. Sembrava Pietro nella fede Paolo nella carità, Andrea nella pazienza, Giovanni nella verginità, Giacomo nella giustizia, Simone nell’obbedienza, Taddeo nell’umiltà, l’altro Giacomo nel zelo, Bartolomeo nella purità, Tommaso nella speranza e Matteo nel dispregio delle cose transitorie." E per fermo sia che noi lo consideriamo nelle interiori facoltà o nelle esteriori, nell’anima o nel corpo, nella ragione o nei sensi, lo troviamo sempre di sì alta perfezione adorno che ben possiamo proporlo come modello della nostra vita. La sua mente era infatti occupata nella soave meditazione delle opere divine e del consolante mistero dell’incarnazione del Verbo, da cui ci vennero in gran copia tutti i beni della grazia che godiamo e quelli della futura gloria che fermamente speriamo: ardeva il suo cuore di purissimo amore che innalzandolo al di sopra di tutte le creature lo congiungeva in arcano modo all’Autore supremo, la cui gloria era intento a promuovere, procurando la salvezza delle anime, a vantaggio delle quali era pronto a versare il suo sangue e dar la vita fra i più crudeli martiri. La sua fede era accompagnata dalle opere: ferma si mantenea la sua speranza: continua la devozione, perseverante la pazienza, ed i suoi sensi stavano talmente soggetti al dominio della ragione che secondo la legge li governava, per egli sembrava un angelo rivestito di umane sembianze, e parea che Adamo in lui non avesse peccato. Così i santi propositi di conseguire la virtù, fatti con gli aiuti della suprema grazia sin dall’infanzia, in lui col volger del tempo non si rallentarono, ma anzi divenivano più risoluti e più fermi, tanto che crescendo di giorno in giorno, l’innalzarono di perfezione sino al vertice della più eminente santità, sino all’eroismo.

La fama intanto di sì straordinario fanciullo fregiato d’illibata innocenza, di intemerati costumi, di austera penitenza: della sua dottrina, dei miracoli con cui l’accompagnava e l’autenticava, e della religione consolatrice di cui era fervoroso seguace; non era circoscritta nei limiti della sola Lucania, anzi dilatandosi sempre più, veniva pubblicata perfino dagli stessi demoni che, uscendo malvolentieri dagli energumeni, si lagnavano della potenza di Vito che con l’integrità della sua vita, coi suoi prodigi distruggeva nel mondo il loro antico impero. Quid tibi et nobis est, Vite? Venisti ante tempus perdere nos?

Mentre infatti dimorava nella Lucania nell’esercizio del suo nobile ministero, la figlia di Diocleziano era stata molestata dallo spirito infernale che la martoriava in tutti i modi.

L’imperatore allora si trovava in Roma per celebrarvi la festa dei Vicennali. Agitato dal rimorso della coscienza per tante stragi che aveva fatto commettere e dalla pena per la sua figlia ossessa si era abbandonato ad una incresciosa tristezza. Il demone intanto per la bocca di lei parlava: costretto, suo malgrado, a dire la verità, non cessava di rivelare a tutti la virtù del nostro fanciullo, gridando e protestandosi di non temere che di lui soltanto: "Io non temo, dicea, che della sola potenza di Vito dimorante nella Lucania, contro cui sono in perfetta inimicizia. Se volete dunque che io parta, lasciando libera questa fanciulla, venga Vito dalla Lucania: Veniat Vitus Lucanus." Vito! Esclamò sorpreso l’imperatore, e chi è mai questo eroe, del cui potere teme soltano il nemico; che ha tanta virtù, quanta i sacerdoti, gli aruspici, i grandi, i sapienti dell’impero non hanno? Che tiene nelle sue mani la sorte della mia figlia? Olà! Che si cerchi un tanto uomo, si colmi di onori, si conduca alla mia presenza. Si partì immantinenti un drappello di soldati in ossequio di Diocleziano che così comandava, si portò nel paese dei Lucani, arrivò alle spiagge del Sele e, cercando il desiato eroe, alfine lo trovò sotto un albero, in atteggiamento di preghiera, elevato nella contemplazione dei divini misteri. Sei tu Vito? Dimandorono quei messi. - Appunto, rispose l’illustre fanciullo. - Si rallegrarono i soldati per averlo ritrovato, ed esternandogli in nome dell’imperatore le più gentili cortesie, gli esposero l’oggetto della loro missione, Diocleziano, dicendo, il nostro invitto Augusto, ha bisogno di te. Di me! Vito all’istante soggiunse con la sua profonda e sincera umiltà, di me che sono inutile fanciullo? Di te, replicarono quegli inviati, che della tua sola potenza si protesta di paventar il fiero nemico che invade e malmena la figlia dell’eccelso imperatore. Vieni adunque con noi a far palese la tua incognita virtù.

Vito che ardeva di zelo per promuovere più il trionfo della verità e il regno morale e divino che Gesù Cristo aveva fondato sulla terra, conoscendo che il suo arrivo nella capitale del mondo idolatra, la quale era serva degli errori di tutte le genti, la sua predicazione nella città che ignorava l’autore della propria grandezza e la liberazione della figlia di Augusto dal demone che la molestava, esser potessero efficaci mezzi a richiamare i ciechi gentili dalla fede cristiana, chinò il capo alle sovrane disposizioni del Signore, che con la sua infinita sapienza ogni evento indirizza soavemente alla sua maggior gloria, e si dispose alla partenza. Raccolse anzi tutto attorno a sé i fervidi Lucani che avea col battesimo rigenerato alla vita della grazia, e con le ultime ammonizioni qual padre affettuoso e sollecito diede loro le ultime prove della sua ardente carità. Li premunì con infocate parole contro le insidie dell’antico serpente, che si trasforma tante volte in angelo di luce per ingannare, se fia possibile, anche gli eletti: loro raccomandò di perseverare nel bene incominciato, nell’esercizio delle cristiane virtù e nell’attaccamento alla professione religiosa: invocò su di essi i doni molteplici del Santo Spirito e, qual novello Paolo Apostolo (che dopo tre anni di predicazione lasciava i vescovi ed i fedeli dell’Asia Minore addolorati e piangenti) ei, fra le lagrime di quei popoli divoti affollatisi intorno che, perdendo lui, perdevano un amico, un consolatore, un padre, un apostolo di Gesù Cristo, accompagnato dai soldati imperiali e dai santi educatori, si partiva.

 

Capitolo 11°

S. Vito alla presenza di Diocleziano. Suo miracolo. Conversioni. Martirii.

 

Mentre in Roma, come in tutto l’impero, i pacifici cristiani per la ragione di esser seguaci del Crocifisso, sono perseguitati, carcerati, soggetti a flagelli, alla confisca dei beni, Vito per alta disposizione di Dio è chiamato nella città eterna dallo spirito maligno, Vito è ricercato con ansietà, il nome di Vito risuona per ogni lingua, Vito è amato da tutti i cuori, senza esser ancora conosciuto. Il santo fanciullo al fine comparisce e viene introdotto nella reggia di Diocleziano. Leggiadro egli è oltre ogni dire e fiammeggiante di angelica luce, perché inforcato dallo spirito del Signore che in lui risiede. Risplendono gli occhi suoi come due stelle, e due rose freschissime e porporine sembrano le sue guance. L’imperatore attonito lo guarda, e resta sorpreso di tanta avvenenza. Gli domanda quindi meravigliato: "Sei tu quel Vito che godi tanto potere da rendermi libera la mia figlia ossessa?" "Sono io quel che tu dici" Vito risponde; "…la potenza però di renderti libera la figlia non risiede in me, ma viene dall’alto, da Cristo che in Giudea morì sotto il procuratore Pilato, regnando Tiberio imperatore."

Udita tale schietta confessione della divinità del Salvatore, freme in suo cuore l’incoronato tiranno, ma per amor della figlia reprime l’imperial furore, anzi sollecita la virtù di Vito e si mostra dolente e supplichevole. Il demone frattanto, prevedendo la sua vicina sconfitta, orribilmente urla per bocca dell’invasata che gettando schiuma dalla bocca, si dimena a terra, lacera le vesti che la ricoprono e strappasi i capelli. Vito imperterrito e fiducioso in Dio, stende la destra, mostra la piccola croce che tenea nascosta nel petto e scongiura:"Fuori, spirito protervo: per comando del mio Gesù Salvatore degli uomini sgombra da questa creatura di Dio". A tali parole, ravvivate dalla fede e dalla grazia, il maligno, come da fulmine percosso, rumoreggia, freme d’infernal vendetta, ed alla presenza dei ciechi gentili che beffatasi delle virtù di Vito e della potenza di Cristo da lui adorato, lascia libera la fanciulla, e rapidamente s’invola sconfitto ed umiliato.

Vedendo questo meraviglioso prodigio non deve l’imperatore rientrare in se stesso, riconoscere l’ingiustizia del suo editto di generale persecuzione contro i cristiani che alla sola invocazione di Gesù operano simili portenti, e quindi assoggettare il suo intelletto in ossequio alla fede del Nazareno? - Ma chi non crede alla sacra dottrina predicata con sapienza e disinteresse, spesso non crede ai divini miracoli che sono il divino suggello della divinità che la conferma in modo sovrumano. Uno di costoro è Diocleziano; egli infatti non si ravvede, anzi la punizione delle sue colpe privato della luce divina della grazia, per non esser solo a tentar la fede dell’eroico fanciullo, lo chiama in mezzo a grave adunanza di sapienti, di sacerdoti degli idoli, di senatori, di personaggi insomma preclari per dottrina, per censo, per titoli e molto più per noto attaccamento al paganesimo. Tutti da principio sono concordi nel confessare l’avvenuto prodigio, e che magica ne sarà stata l’occulta potenza che lo ha operato. Ma poi soggiungono essere una vera stoltezza che un fanciullo fregiato d’ignota virtù e di belle speranze per la patria si ostinasse a voler comparire cristiano in mezzo ad una società ingentilita che i cristiani meritamente aborrisce, perché scemi di mente, superstiziosi e fanatici: che gli dei riconosciuti ed adorati in tutto il vasto impero vantano da rimoti secoli i loro diritti sull’umanità: che Gesù Cristo nato tre secoli addietro in una grotta fu poi come malfattore sopra un legno ignominioso crocifisso: e che era vietato nell’impero l’ammettere ed onorare, anche privatamente, una nuova divinità senza l’approvazione del senato e la consacrazione dell’imperatore. Diocleziano quindi promette di innalzarlo, avvicinarlo al trono, colmarlo di onori, arricchirlo di premi solo che ei si risolva ad offrire un po’ d’incenso ai patri numi. Vito che in silenzio avea udito tali stolti discorsi, respinge alfine questi ragionamenti e queste ignobili proposte come insidiose alla sua fede: nulla curando le larghe promesse di onori e di terrena felicità, intrepido risponde: "Un solo, o sire, è il vero Dio che con la sua parola onnipotente ha tratto dal nulla la terra ed il cielo con tutti i loro ornamenti: Cristo poi è il vero suo Figliuolo consustanziale e coeterno. Questa verità che è la base fondamentale di tutta la nostra religione già l’ha confessata il demonio che all’invocazione di Gesù Cristo, unigenito del Padre celeste, è fuggito spaventato. L’han confessato milioni di martiri, che in tre secoli per difenderla si son contentati morir fra crudeli tormenti. La confesso e con l’aiuto divino la confesserò sino alla morte, qualunque sia la prova a cui si voglia assoggettarmi." Ma ohimè! La prova comincia. Vito per la sua fermezza è condotto in tetra prigione, ove cinto di catene viene abbandonato alla custodia dei soldati.

Essendo egli coi suoi educatori carcerato, alza fiducioso gli occhi al cielo, donde discende ogni verace consolazione, e prega con quella dolcissima emozione che i confessori della fede sperimentavano, quando soffriano persecuzioni pel nome di Gesù. Mentre è assorto nell’orazione un torrente di sovrumane voluttà ricolma la sua purissima anima, ed una luce divina sfolgoreggia nella tetra prigione che incontanente viene scossa insieme a tutta la città, mentre una moltitudine di angeli visibilmente appare, e dopo di essi il Nazareno adorabile raggiante di gloria celeste, il quale avvicinandosi a Vito con soavi accenti gli dice: "Sorgi, ti conforta e sii costante, poiché teco per sempre io sarò". A questi detti una dolcissima armonia odesi risuonare per tutta la prigione: il santo fanciullo viene rapito in estasi paradisiaca, si spezzano come vetri i duri ceppi con cui è legato, e i custodi del carcere stupefatti corrono verso la reggia esclamando innanzi a Cesare: "Eccelso imperatore, oh! Quali prodigi insoliti abbiamo testè noi visti! Il prigioniero che ci fidasti è libero coi suoi compagni: come cera al fuoco si sciolsero le sue catene; olezza il carcere di soavissimo odore, si abbella di luce mai vista per la comparsa dei celesti numi, e si allieta per l’arcana melodia. Di simili avvenimenti non mai siamo stati spettatori, onde non sappiamo darne ragione."

A tali notizie la figlia dell’imperatore, spinta da curiosità e da riconoscenza, portasi al carcere. Entra, e vedendo infrante sulla le ferree catene, mirando genuflesso il suo liberatore e con gli occhi bagnati di lagrime fissi al cielo, in sublime atteggiamento di preghiera, ne resta vivamente commossa e sorpresa. Quindi facendosi a lui più vicina, così gli parla: "Ammirabile fanciullo, Vito mio benefattore, io sin qui ho penetrato per renderti grazie del ricevuto favore e per rivelarti quanto soffre il mio cuore riconoscente in vederti, per tua colpa, in si tetro luogo. Ma tu perché rifiuti gli immensi tesori promessi dal padre mio? Perché, tu giovane di liete speranze, preferisci carcere e catene alla felicità che ti si prepara, qualora bruci un po’ d’incenso agli idoli dell’impero?" Vito sereno in fronte, animato di zelo sovrumano, con quella grazia che rende efficaci le parole dei servi del vero Dio, così le risponde: "Se la riconoscenza che nutri verso di me fosse illuminata da quella celeste sapienza che rischiara gl’intelletti umani e da quella virtù sublime che fede da noi cristiani si appella, certamente la tua esternatami gratitudine ad altro più degno obbietto si rivolgerebbe. Dappoichè non sono io che ti ho liberata dall’inimico, ma fù la virtù dell’Onnipotente, del mio salvatore divino che i pagani aborrono, perché non lo conoscono. Ma tu apri il cuore alle nobili verità della fede, tu accogli la parla di vita eterna, che pel mio ministero ti si trasmette per illuminarti. Tu esser devi cristiana e poi regina nel regno della gloria, in paradiso. Già la grazia scende per santificarti: vorrai tu resistere alla sua efficacia? Chiuderai gli occhi alla luce per restar fra le tenebre? Ricuserai di credere nel vero Dio per curvarti dinnanzi a false divinità? Rigetterai l’eterna vita che il mio Gesù ti promette, per incontrare un eternità di tormenti? Egli già ti chiama, potrai tu non rispondere?" "Ah! Si rispondo - soggiunse essa contrita - mi arrendo con piacere: voglio esser cristiana: voglio adorare quel Dio pietoso che tu mi predichi: voglio incontrare quel destino che a te è riservato: voglio insomma quel che tu vuoi." "O nobile discepola di Gesù Cristo, - esclama l’illustre apostolo a vista dei trionfi della grazia - sii costante nel tuo santo divisamento, alza i tuoi pensieri e i tuoi affetti al cielo: ivi concittadini dei santi ci ameremo sempre, in eterno, perché il nostro amore sarà tutto in Dio, obbietto principale della beatitudine degli eletti."

Intanto ella è avvisata di ritornare al padre, a cui racconta di essere seguace di Gesù Cristo per insinuazione di Vito.

Diocleziano insospettito per le denunzie dei custodi del carcere e per la conversione della figlia, sentendo che si erano spessate le ferree catene di Vito, cui egli avea condannato al carcere, a togliere presto di vita sì meraviglioso fanciullo che per incognita virtù operava (come si dicea) tali prodigi, ordina che per lui si apparecchiasse una grande caldaia bollente di piombo liquefatto, di resina e di pece. Nel giorno destinato, il popolo che avea viste le gesta del siciliano fanciullo, si radunò nell’anfiteatro per vedere il nuovo spettacolo. Più di cinquemila uomini son li presenti, senza contare le donne e i fanciulli. Vito irradiato di luce celeste si avanza, intrepido si inoltra verso il luogo santificato dal sangue di tanti illustri campioni della fede, infondendo per via coraggio al vecchio pedagogo ed alla debole Crescenza, e intanto comparisce al cospetto del truce Diocleziano. Chi non sarebbesi intimorito alla vista di questo uomo potente, i cui sguardi, le parole, l’atteggiamento severo spirano stragi e vendette? Ma Vito sebben fanciullo, perché animato dallo Spirito del Signore, non si sgomenta, anzi memore delle promesse infallibili del Salvatore, sempre più si rincora ed ingagliardisce nella fede: egli sente risuonare ai suoi orecchi quelle dolci parole che Cristo benedetto disse agli apostoli, primi banditori del Vangelo in tutta la terra: "…Quando poi vi condurranno nelle Sinagoghe e davanti ai magistrati ed ai principi, non vi mettete in pena del che o del come abbiate a rispondere, imperocché lo Spirito Santo vi suggerirà in quel punto ciò che dir dobbiate…" (Luca. XII, 11 e 12). Questa promessa che si adempì in persona dei primi seguaci del Nazareno e poi di altri confessori della cristiana religione, ora si compie in persona di un tenero fanciullo. Infatti l’imperatore a tentar l’ultimo colpo e scuotere col timore la fede di lui, Vito, gli dice: "Sai tu ove ti trovi?" - questi risponde: "Veggomi nell’anfiteatro, luogo destinato alle carneficine ed alla morte, ove tanti miei confratelli nella fede versarono gloriosamente il sangue." "Se ora vuoi scampare i fulmini del mio furore e salvar la tua vita, incensa agli idoli." "Io non riconosco e non adoro altro Dio che Gesù Cristo, a cui offro il sacrificio del mio cuore e di tutto me stesso, perché da lui ho ricevuto l’esser e la vita, che son pronto a lasciare per suo amore fra crudeli tormenti." A tali risolute e ferme risposte che una sapienza sovrumana suggeriva, vedremo, dice l’imperatore, se questo tuo Dio potrà liberarti dalle mie mani. Il santo fanciullo, dopo essersi munito del segno augusto della croce, coi suoi educatori viene gettato nel fervente e spumeggiante vaso, mentre pieno di confidenza innalza supplichevole verso il cielo le pupille, invocando il suo Dio dall’iniquo imperatore bestemmiato e deriso, ed esclama: "Onnipotente e sempiterno Signore, che liberasti i tre fanciulli ebrei dalla fornace di Babilonia ed i figli di Israele dalla schiavitù d’Egitto, dimostrati, se così ti piace, anche a noi propizio per la gloria del tuo santo nome." E già all’istante Iddio accoglie la fervida preghiera del fedel suo servo, e si muta in allegrezza la dolorosa scena. Un angelo discende ad estinguere quel bollore spumante, e Vito coi suoi compagni senza alcuna lesione del beato verginal suo corpo (che anzi comparisce più bello e di niveo candore più splendente), elevandosi dal seno della caldaia, apostrofa l’attonito imperatore, dicendogli: "Io ti ringrazio per avermi preparato un si fresco lavacro." Allora il popolo ivi presente, riconoscendo la potenza del Dio dei cristiani che tali meraviglie opera a vantaggio di coloro che in lui credono e lo servono, con voce alta e concorde esclama: "vero è il Signore di questo fanciullo, e grande è la virtù del suo braccio potente." Intanto Vito inneggiando al suo liberatore: "Mi hai provato, esclama, come l’oro nel fuoco, e macchia alcuna in me non si è trovata; io ti lodo, ti benedico e ti ringrazio pei favori fatti a me ed ai circostanti, che hanno ammirato il tuo potere e ti hanno reso gloria ed onore."

Diocleziano confuso e smarrito a vista delle meraviglie operate del cielo a pro di un cristiano ed udendo il grido del popolo che acclamando al Dio di Vito, lui condanna come ostinato seguace dei falsi numi che nulla fanno in favor dei loro divoti, imperversando nel satanico furore che lo acceca e lo rende più crudele, comanda che il più affamato leone si facesse sbucare dall’ergastolo per avventarsi a Vito e a’ suoi educatori.

Comparisce la belva feroce. Trema il popolo al solo vederla ed al solo udirne il ruggito. Ognuno immagina che Vito quale innocente agnello ed i suoi compagni quali mansuete pecorelle in un volger di pupille debbano restare insanguinati, sbranati, divorati. Ma avviene tutto il contrario delle previsioni umane, chè il fiero leone sferrato dai cancelli a tutta furia e visto l’eroe cristiano che sereno in fronte ed in tutto l’atteggiamento l’attende senza impallidire, frena immantinente la sua natural ferocia, s’ammansisce, anzi si prostra, lambisce leggermente i piedi del santo, e qual fedel cagnolino che rivede il suo padrone, lo festeggia e blandisce, tripudiando ed intorcigliando la coda. Vito intanto lo accarezza, ne liscia la giubba e mostra a tutti col suo esempio l’autorità che godono i cristiani sulle creature di Dio. Quindi rivolgendo la sua fervida parola all’imperatore: "Ecco, gli dice, come gli animali stessi, sebbene privi di ragione, prestano onore al vero Dio che tu ancora non conosci. Deh! Rinsavisci alfine, ed invece di perseguitare abbraccia la cristiana fede, nella quale soltanto è la vita, la grazia, la salvezza eterna." Diocleziano a questa proposta sempre più delirando nel suo furore, e temendo che altri rimproveri gli venissero dal santo fanciullo, comanda che esso e i due compagni fossero distesi e perissero sulla catasta.

 

CAPITOLO 12°

S. Vito nella catasta. Suo ultimo martirio. Sua sepoltura.

 

Aveva Iddio prodigiosamente salvato Vito e compagni dalla vendetta imperiale, che si aveva proposto di estinguere in tutto il mondo il nome cristiano, e con ciò aveva dimostrato la sua assoluta sovranità su tutte le creature, le quali da lui dipendono nell’essere e nell’operare, la predilezione pel nostro eroe che sin dall’infanzia gli aveva consacrato tutto se stesso, e la sua onnipotenza al cospetto dei gentili, dei quali aveva riconosciuto la stoltezza della loro religione e si erano convertiti al cristianesimo. Vito nella Sicilia, nella Lucania, in Roma, abbastanza avea fatto e sofferto per Gesù Cristo, unico esemplare dei predestinati, meritava dunque una corona? Ognun sa che la corona del cristiano atleta è il morire per la difesa della verità. L’Onnipotente che liberò il nostro santo dal carcere, dalla caldaia bollente e dal fiero leone, ben potea salvarlo dalla catasta. Ma egli avea gradito il sacrificio della preziosa vita che l’eroico fanciullo gli offeriva in umile attestato di riconoscenza e di sottomissione. Volendo quindi incoronarlo con la pregiata aureola di martire, permise alfine che nel crudele ordigno compiuto avesse il suo glorioso certame. Ed Ecco Vito apparecchiarsi con fervide preghiere a questa ultima prova.

Vario presso gli scrittori è il significato della catasta. Alcuni intendono per essa una specie di palco, sul quale gli antichi mettevano gli schiavi in vendita, che così esposti al pubblico, potevan meglio essere esaminati dal compratore. Chiamavasi poi catasta arcana quella su cui si esponevano gli schiavi più pregiati e più belli. Secondo altri si chiamava anche catasta quella grata di ferro, a guisa di letto, su cui venivano stesi gli accusati già condannati alla morte, per essere tormentati ed arsi a fuoco lento.

Parlando però dell’epoca dei martiri, gli scrittori ecclesiastici comunemente intendono per catasta un palco eminente, ossia tavolato alto e visibile da tutto il popolo, situato nella piazza ove si tenevano le udienze, e sotto una loggia coperta, ornata di bassorilievi, di colonne, di statue ritraenti numi ed eroi del paganesimo. In fondo il giudice era assiso in un’alta scranna, fiancheggiato dai littori con i fasci di verghe, mentre all’intorno stava all’impiedi un presidio di soldati. Sulla catasta compariva pure uno strumento di tortura detto eculeo, somigliante ad un cavalletto, ossia bastone su cui venivano stesi i cristiani che avevano ricevuto le sentenze di morte e che erano legati nelle mani e nei piedi, quali con apposite carrucole venivano da inumani carnefici tirati, cioè i piedi in giù e le braccia in alto, mentre altri carnefici li flagellavano con le verghe di ferro, o bastoni nodosi, o strisce di cuoio, fino ad illividire e poi lacerare le carni ed aprir le vene e farne scorrere a rivoletti il sangue. Erano si fatti tormenti più o meno lunghi e atroci, secondo la maggiore o minore sevizia dei magistrati, o l’odio e la contrarietà loro pei cristiani. Coloro che non morivano nella tortura, dopo vinti o per propria forza o miracolosamente i patimenti, finivano la vita col taglio della testa.

Vito, prevedendo esser quello il suo ultimo martirio, solleva gli occhi ed il cuore al paradiso, ed offre a Dio in sacrificio la sua vita preziosa. Indi rivolgendo al tiranno, da cui era stato riconosciuto costante nella professione del cristianesimo, le ultime parole: "Hai provato, gli dice, fino a questo momento la potenza del mio Dio, che mi ha preservato dai tormenti, ma ora vedrai il trionfo dei cristiani che muoiono per Gesù Cristo, unica via, verità e vita del mondo." Indi riconfortati Modesto e Crescenza, si prepara a soffrire l’ultimo supplicio. Sono spogliati i tre valorosi soldati di Cristo sulla catasta alla vista di tutto il popolo, e legati nelle mani e nei piedi vengono distesi sull’eculeo. Si rivolgono all’istante le carrucole che sollevano le braccia dei martiri, i cui muscoli si slogano e si distraggono i nervi. I littori coi preparati flagelli si avventavano crudeli su quegli innocenti, le carni dei quali si anneriscono prima e poi rosseggiano: il sangue scorre copioso dalle loro vene, le piaghe si allargano; la loro vita va a finire, ed intanto Vito, imitatore perfetto del crocifisso, implora perdono ai nemici della fede, perché si convertano e diano gloria all’Altissimo: "Parce illis." Preghiera sublime, incognita al paganesimo che si pascea di odii e di vendette! Preghiera mobilissima che rivelava tutta la grandezza e la divinità di quella religione che il santo fanciullo confermava col suo martirio!

L’incoronato tiranno tronfio di sua vana e caduca potenza crede nella sua insipienza di aver debellato il Cristo con la morte dei tre illustri campioni del cristianesimo: ma la natura scompigliatasi nel martirio dei giusti rende luminosa testimonianza alla divinità del Redentore da loro adorato, condannando palesemente le scelleratezze di lui. Difatti, come ci narra il Surrio, all’improvviso si abbuia il cielo, guizzano i lampi, scoppiano i tuoni, scuotesi la terra, crollano i templi e si stritolano i simulacri, si disperdono e periscono molti idolatri che beffavansi del prodigio di Vito…, e lo stesso imperatore, fremente per esser vinto da un fanciullo, si percuote rabbiosamente la fronte e fugge smarrito ed incerto, gridando: "Misero me che turpemente sono stato superato da un fanciullo".

A questi prodigi operati nella natura si aggiungono le meraviglie di un ordine superiore. Poiché, mentre ferve il generale scompiglio, un globo smagliante di luce scende e si aggira attorno alla catasta, mentre l’angelo del Signore, comparso a prestare gli ultimi conforti ai tre gloriosi martiri semivivi, li scioglie dall’eculeo, e per aria li trasporta nella Lucania e propriamente alle spiagge del Sele, sotto quell’albero medesimo, ove per qualche tempo avean fatto dimora nell’esercizio del loro ministero. Quivi accorsi da ogni parte i fedeli Lucani riconoscono il loro apostolo, che, confermatili nella fede da lui predicata e da essi mantenuta, volge al cielo le moribonde pupille e prega caldamente non solo in loro favore, ma anche per tutti quei cristiani che nel volger dei secoli e sino alla fine del mondo sarebbero per ricordarsi del suo martirio sofferto per la verità e la giustizia. "Signor Gesù Cristo, dicendo, accogli pietoso i desideri di coloro che nel tuo nome vorranno gloriarsi della mia passione e del mio martirio. Difendili da tutti i pericoli di questo secolo, e poi conducili alla grazia ed alla gloria della tua magnificenza." Accoglie il pietoso Iddio questa ultima preghiera del suo servo già imporporato del proprio sangue, e subito risponde di essere state esaudite le orazioni di lui. "Vite, exsauditae sunt orationes tuae". Il santo martire fatto certo del diino assenso, prega i circostanti Lucani a dar sepoltura ai tre corpi, appena le anime da essi separate volerebbero alla patria beata, promettendo loro ogni grazia che al Signore sarebbero per domandare pei meriti del suo martirio, e la liberazione dalle astuzie del demonio.

Quindi i tre martiri gloriosi, lieti per aver sparso il sangue per la religione, inebriati di arcana felicità, chiudono gli occhi a questa ita mortale, e le loro purissime anime, dal cielo ribenedette, quali candide colombe che volano al desiato nido, s’innalzano al beatifico dei celesti comprensori, a dì 15 giugno dell’anno di nostra salute, 304, quando Vito avea compiuto i tredici anni di età sua ed era entrato nei quattordici.

 

Alcuni chiarimenti

 

Vi ha chi dice che s. Vito, comechè godesse della cittadinanza romana, perché siciliano, sia stato decollato nella via Appia.

Non c’è dubbio che l’ultima pena per colui che aveva diritto ai privilegi della cittadinanza romana, era la decollazione.

I cristiani però, e chi non lo sa, specialmente nelle persecuzioni di Diocleziano non potevano invocare per difesa della loro innocenza le leggi vigenti, non godevano dei diritti degli altri cittadini, per cui venivano giudicati con leggi eccezionali. Infatti la confiscazione dei beni, il non poter domandar giustizia, il procedersi contro di essi a beneplacito dei giudici, erano leggi destinate a punizione dei soli seguaci del Crocifisso, quantunque come cittadini romani goder dovessero delle patrie franchigie. L’editto infatti imperiale contro i fedeli, fra gli altri ordini conteneva i seguenti: "Essi (i cristiani) saranno spogliati delle loro dignità e dei loro beni; saranno sottoposti alla tortura; qualunque sia la loro condizione; tutte le domande che si faranno contro di loro saranno concesse dai giudici, mentre essi non saranno ammessi a domandare giustizia anche quando loro sia stato fatto oltraggio, si siano rapiti i loro beni, e sedotte le mogli e le figliuole." E poi i privilegi provenienti dalla cittadinanza romana quante volte venivano conculcati dagli abusi e prepotenze dei giudici? Le leggi vietavano che un cittadino romano fosse flagellato; eppure chi non ha letto quello squarcio eloquente di Cicerone, ov’è descritta coi più vivi colori la più barbara flagellazione ordinata da verre in messina, contro un infelice che ad alta voce ricordando i suoi diritti, inutilmente esclamava: "Cittadino romano io sono!".

Che poi i cristiani siano stati condannati a diverso genere di morte dai cesari, dai prefetti, dai giudici, dai duci di legioni, è cosa che si rileva da documenti storici, dai quali sappiamo che per abbattere l’eroica costanza dei seguaci di Gesù Cristo, i pagani li bruciavano, li caricavano nelle barche che poi affondavano nei fiumi, li percuotevano con verghe o grossi bastoni od altri flagelli con punte appellate scorpioni; o con strisce di cuoio guarnite di palle di piombo: li laceravano con ferrei pettini, stropicciando quindi le piaghe con sale ed aceto per renderle più dolorose. Vi erano di coloro a cui tagliavano le mani, i piedi o la lingua. E quanti furono esposti alle fiere negli anfiteatri? Quanti legati col capo in giù, e quindi soffocati con fumo e lentamente bruciati? Quanti infine subirono glorioso martirio o lapidati o decollati o carcerati in oscure e fetide prigioni? Chi intanto li crederebbe? Spesso si videro stanchi i carnefici pel gran numero degli uccisi. Insomma non vi fu genere di supplizi che non fosse stato inventato per rendere più stentata la morte ai fanciulli, ai vecchi, ai nobili, al fragil sesso, e tutti coloro che confessavano la divinità di Gesù Cristo. - Bisogna leggere i martirologi e gli atti dei martiri per conoscere a quante sorte di strazi furono soggetti gli invitti atleti della nostra fede. Nessuna meraviglia adunque ci sorprenda se S. Vito, invece di essere decollato, sia stato condannato, per maggiore strazio, a morire sulla catasta, come afferma la comune opinione degli scrittori, avvalorata dall’autorità del Breviario romano il dì 15 giugno.

Alcuni dubitano del prodigioso trasferimento dei tre martiri da Roma nella Lucania, e credono verosimile che per altre vie, ordinarie, siano pervenute in quella provincia. Può infatti supporsi, essi dicono, che alcuni della Lucania convertiti da S. Vito e a lui più affezionati l’abbiano sciolti semivivi dalla catasta e trafugati, col favor di altri cristiani, nella Lucania. Siccome però con appositi documenti negar non si può la traslazione dei tre martiri avvenuta per angelico intervento, io, lasciate le ipotesi, ho narrato il prodigioso avvenimento, come ci viene descritto dal Surio, dal Gaetani e da altri accurati scrittori. Le supposizioni poi non conchiudono nulla, perché sempre ci lasciano nel campo delle incertezze, oltrechè non sarebbe stato così facile per vie ordinarie, il trasporto di tre persone semivive da Roma nella Lucania. Certi avvenimenti nelle vite di Santi sono prodigiosi, ma non per questo si possono negare, giacchè Iddio tante volte si mostra ammirabile anche con meraviglie che trascendono l’ordine della natura.

Che poi i nostri tre valorosi campioni abbiano sofferto il martirio in Roma e siano morti nella Lucania, si rileva dall’autorità della Chiesa (sebbene essa in ciò non possa dirsi infallibile). Infatti il Breviario dice che abbiano sofferto i supplizi in Roma e nel Martirologio afferma che siano passati a miglior vita nella Lucania, presso il fiume Sele: "In Lucania apud Silarum flumen natalis sanctorum martyrum Viti, Modesti atque Crescentiae." Per conciliare intanto il Breviario con il Martirologio bisogna conchiudere che il primo parli del martirio sostenuto in Roma ed il secondo della morte avvenuta nella Lucania, ove per prodigio furono trasferiti.

Varie sono le opinioni degli scrittori sull’anno della nascita e della morte di S. Vito. Lo Spenati di Ostuni lo dice nato nel 273 e martoriato nel 287, pria di compiere i dodici anni. Ma tale opinione non è comunemente ammessa, giacché in quest’anno non ci fu editto di Diocleziano contro i cristiani. Secondo altri scrittori s.Vito nacque nel 289 e morì nel 303, anno primo della persecuzione. Questa opinione si addice con ciò che dice il dottor S. Alfonso nelle Vittorie dei Martiri, il quale è di avviso che s.Vito morì di anni quattordici. Altri finalmente sono di avviso che il santo fanciullo sia nato nel 290 e morto nel 304, e che perciò abbia sofferto il martirio quando avea compiuto i tredici anni di età ed era entrato nei quattordici. Quale opinione ho io abbracciato in questa seconda edizione.

Diversi autori scrissero di s. Vito dal secolo XVI in qua, come il Surio, il Gaetani, i Bollandisti, ecc. Ma a quali documenti essi si appoggiarono nel distendere gli atti del santo fanciullo, se mancano quelli proconsolati? Rispondo: Agli antichi codici manoscritti gelosamente custoditi in varie biblioteche e che Mombrizio fu il primo a dare alla luce per testimonianza di Cesare Baronio. Di più servirono loro di norma i diversi antichi Martirologi, cominciando da quello di Eusebio steso nel quarto secolo, le opere di vari autori che avevano scritto di s. Vito, nonché le antiche e costanti tradizioni conservatesi in quasi tutta l’Europa, e specialmente in Sicilia. Intorno a che può leggersi la dotta risposta ad una lettera venuta da Roma, quale contenea varie difficoltà per l’approvazione dell’ufficio proprio dei SS. Vito, Modesto e Crescenza, da recitarsi in Mazzara, che poi, dileguato ogni dubbio, fu concesso. La lettera e la risposta sono riportate per disteso dal De Castelan dalla pag. 652 alla pag. 742.

 

Capitolo 13°.

Trionfo del cristianesimo dopo il martirio di S. Vito.

 

Quando Diocleziano perseguitava i seguaci della croce con editti spiranti odio e vendetta, viveva in Siracusa colla sua madre Eutichi (il padre era morto) una nobile fanciulla, semplice e candida come la colomba, appellata, non senza una divina ispirazione, Lucia. Essa sin dall’infanzia aveva ricevuto il lavacro di rigenerazione, era stata santamente educata, e traeva i giorni nella pietà, nella purezza e nell’amore al Figlio di Maria che aveva eletto come sposo dell’anima sua. Denunziata come cristiana al preside della città che era allora il fiero Pascasio, fu tradotta innanzi a lui, al quale parlò della nuova religione con tutto fervore di spirito e con tanta sapienza che riscosse l’ammirazione degli stessi gentili. Venne tentata nella fede in tutti i modi, fino a che, rimasta costante nella sua professione, per ordine del crudele Pascasio fu ferita al collo da coltello. Mentre era bagnata del proprio sangue, ai cristiani che mesti e dolenti la circondavano, predisse il vicino trionfo della Chiesa d’avverarsi appena morti Diocleziano e Massimiliano che erano i due più grandi persecutori che allora la straziavano: "Annuntio vobis pacem Ecclesiae, Diocleziano et Maximiano mortuis". Il vaticinio di una eroina cristiana che tutto aveva offerto a Gesù Cristo, anche la sua vita preziosa, non poteva venir meno. Diocleziano infatti trovandosi in quel tempo in Roma, per la sua crudeltà ed avarizia fu insultato dal popolo in pieno circo e caricato di beffe e di sarcasmi i più mordenti. Indegnato per tante umiliazioni, malgrado i rigori dell’inverno, se ne tornò rabbioso in Nicomedia ove faceva il suo ordinario soggiorno. Ivi giunto, fu preso da una malattia di languore, nella quale abbandonandosi all’umore bilioso che lo divorava, prese il partito di non lasciarsi più vedere da alcuna persona; per questo corse la voce che egli era morto. L’astuto Galerio da Antiochia corse in Nicodemia e con le sue suggestioni tanto fece che indusse Diocleziano e con lui Massimiliano Erculeo a rinunziare, sebbene a malincuore, all’impero; onde il giorno medesimo, che fu il primo di maggio del 305, Galerio e Costanzo, che in qualità di Cesari li avevano aiutati a debellare i comuni nemici, furono creati Augusti. Due anni dopo, cioè nel 307, morì (alcuni storici dicono di fame) il vecchio Diocleziano, quale andò a raggiungere nell’altra vita Massimiliano, che fu strangolato. Un anno prima, nel 306, era morto il buon Costanzo. Suo figlio Costantino designato già imperatore, come tale venne proclamato da tutto l’esercito che ne conosceva il valore e la bontà di animo. Egli però allora si contentò di prendere il titolo di Cesare, aspettando quello di Augusto da Massimiliano, che glielo conferì il primo marzo e gli diede in sposa la sua figlia Fausta. Così a poco a poco si avvicinava il gran giorno destinato dalla sapienza di Dio al trionfo della sua Chiesa, che molto in tre secoli avea sofferto.

Un giorno, mentre Costantino si portava dalle Gallie in Roma per combattere contro Massenzio divenuto noioso a tutti per le sue crudeltà e vizi più abominevoli, vide in uno ai suoi soldati nelle ore vespertine in cielo una croce formata dalla luce sopra il disco solare con queste rassicuranti parole: "In hoc signo vinces". La notte seguente gli apparve in sogno Gesù Cristo che gli spiegò il significato, promettendogli in pari tempo sicura e compiuta vittoria. Costantino d’allora in poi pugnò fiducioso sotto gli auspici valevolissimi della croce, del cui segno fece ornare tutto l’esercito. L’evento giustificò la visione, giacché protetto dalla croce del Signore vinse e conquise i generali di Massenzio di numero molto maggiore dei suoi, entrò vittorioso, trionfante e benedetto dal popolo nella città eterna, e sul Campidoglio fece sventolare l’augusto vessillo della nostra redenzione. Concesse poi ai cristiani di esercitare anche in pubblico il loro culto, cominciò con tutta la sua imperiale autorità a difenderli dalle insidie dei loro molti nemici, ed egli stesso si fece catecumeno, domandando di essere istruito nei misteri della loro fede. In tal guisa la pace della gloriosa vergine e martire siracusana predetta, venne accordata alla Chiesa dopo tre secoli di barbara e cruenta persecuzione, per opera del benemerito figlio di Costanzo. I fedeli di tutto il mondo si rallegrarono di sì fausto avvenimento, e l’idolatria fino allora sostenuta dai filosofi, dai sacerdoti dei numi bugiardi, dagli imperatori e dai popoli amanti degli spettacoli profani che nel paganesimo abbondavano, fu proscritta senza speranza di potersi più rialzare, qualunque sia lo sforzo degli uomini e dell’inferno. Ciò avvenne nel 312.

D’allora in poi il cristianesimo, stimato scandalo dai Giudei e stoltezza dai gentili, cominciò a manifestarsi a tutti i popoli, che al sangue di Cristo erano stati redenti dall’antica tirannia di Satana, ciò che era in se stesso, opera sovrumana, in cui è la sapienza e la virtù di Dio. La santità infatti del suo fondatore, la purità della sua morale, saggezza dei suoi insegnamenti, la costanza dei milioni dei suoi martiri, i miracoli dei suoi professori, la dottrina ispirata dei suoi apologisti ed infine i suoi meravigliosi trionfi sul paganesimo vittorioso ai seguaci del medesimo che prima erano trascinati al patibolo, non davano più luogo a dubitare della sua origine divina, talché popoli e sovrani si gloriavano di divenire discepoli dell’umile e mansueto Nazareno.

Mentre intanto filosofi e governi, Ebrei e redivivi pagani attentano alla vita del cristianesimo che seppe, divinamente sorretto, conquidere nemici più potenti nei secoli trascorsi mentre s’inforsa e da altri perfino apertamente s’impugna con una scienza vana e di solo nome la Rivelazione che è la stessa parola di Dio a noi tramandata o per tradizione orale o per iscritto, non sono una chiara e perenne testimonianza della divinità della cristiana fede il glorioso S. Vito, le sue gesta mirabili, il suo martirio, le sue reliquie che si espongono al culto ed alla venerazione dei credenti?… osservatelo da vicino.

La santità è un pregio esclusivo della vera Chiesa, una nota che ce la distingue dalle false società dei miscredenti, una tessera mobilissima per conoscere dov’è l’opera di Dio. Si sono visti forse dei santi, cioè degli uomini adorni di ogni virtù in grado eroico fuori il cattolicesimo? Gli apostoli, i martiri, le vergini, i confessori, i penitenti non sono stati sempre prodotti da essa? Lo scisma, l’eresia, l’incredulità si sono mostrate in ogni tempo sterili di opere buone e immeritevoli di vita eterna. Il nostro Vito che visse e morì in questa Chiesa, che ne professava gl’insegnamenti e ne praticava i precetti, è un santo che gloriosa la renderà in tutti i secoli. Ma qual santo egli è? Qual posto occupa nel numero fortunato degli eletti che in terra combatterono per la fede, ed ora in cielo si godono la visione di Dio? Rilevatelo dalle seguenti testimonianze. Il Lippomano nell’esordire la biografia di Lui, lo chiama anzitutto fanciullo santissimo: Illustre certam Viti sanctissimi pueri. Arsenio lo dice Beatissimo, sapientissimo, integerrimo. Il Gaetani afferma che lo spirito di tutti i santi dell’antico e nuovo testamento ha riempito questo beato fanciullo, cui segue a dire chiarissimo, glorioso, santissimo. Lo stesso demone che invadeva e molestava la figlia di Diocleziano, suo malgrado ne confessò la santità, gridando per bocca dell’energumena: Scio quis sis, sanctus Dei. La Chiesa nelle lezioni del 15 giugno asserisce che l’imperatore lo chiamò in Roma mosso dalla fama della santità di lui: Eam sanctatis laudem adeptus est, ut ipsum imperator accerseret. Finalmente nell’antichissimo martirologio di Adone Vito è encomiato come maturo nella virtù, anche in età puerile: Beatus Vitus in puerili aetate virtutibus maturus. Che diremo intanto di questo straordinario fanciullo che tante lingue proclamano santo? - Passiamo ai doni celesti di cui Iddio si compiacque impreziosirlo, e che dimostrano sempre meglio l’eccelsa santità che egli avea conseguita.

Ogni miracolo è una sospensione delle leggi ordinarie con cui è governato da Dio il vasto regno della natura. Esso quindi è un dono sovrumano che l’Altissimo, unico autore delle leggi cosmiche, accorda nell’economia ordinaria ai giusti pel merito della loro fede viva ed operosa ed in confermazione della verità rivelata. Così essendo, Vito operando prodigi, dimostra di essere servo del vero Dio, al cui cenno obbediscono tutti gli elementi, e seguace di quella Chiesa che in terra ne rappresenta l’autorità. Egli, pertanto, come abbiam visto nel corso di questa biografia, fece meraviglia in Sicilia sua patria, in Lucania, in Roma, in vita, in morte e dopo morte ancora. Restituì rinvigorito il braccio al preside di Mazzara, la vista al padre, la salute agli infermi, le forze ai paralitici, l’udito ai sordi; liberò dal demonio la figlia di Diocleziano, vinse l’attività del fuoco, ammansì la ferocia del leone, spezzò i ferrei ceppi, come vari scrittori affermano e come ne rendono imperitura testimonianza tutti quei comuni, città e regni che alla sua potente intercessione si affidano.

Altro dono gratuito, che il sommo Iddio alle volte concede ai fedeli suoi servi, è il vaticinare gli avvenimenti futuri non necessari. La predizione dell’avvenire è talmente propria ed esclusiva di Dio, che è un attributo solo di lui che con la sua infinita intelligenza, come vede le cose passati e le presenti, vede ancora quelle che han da succedere: Omnia nuda et aperta sunt oculis ejus, disse S. Paolo, e prima di lui avea detto il Profeta che l’annuzniare anzi tempo le cose future era attribuito del solo Dio: Annuntiate quae ventura sunt; et sciemus quia dii estis vos. Questa verità fu conosciuta dagli stessi pagani: infatti nei carmi di Orfeo sta registrando che gli uomini sono incapaci a prevedere un male futuro: Mortales malum venturum nascere non sunt periti. Le profezie quindi dell’antico Testamento, letteralmente avverate nel nuovo, sono una delle prove più lampanti della divinità della Cristiana religione. Or Vito facendo vaticini dimostra di possedere lo spirito di Dio, di essere a lui caro e diletto e di esercitare una missione tutta divina. Ma fu egli animato dallo spirito dei Profeti che era quello stesso che Dio per essi parlava? E chi potrebbe dubitarne se egli previde che Valeriano ed il padre si sarebbero mostrati crudeli dopo i benefici ricevuti, e sarebbero rimasti nel paganesimo, come poi successe? Che Contorrona sarebbe stata distrutta in pena della sua ostinatezza e che Modesto e Crescenza avrebbero sofferto con lui il martirio?

Il ministero della predicazione di Dio viene concesso a quegli sventurati che zelanti vede del suo onore e premurosi della salute delle anime. Chi cerca i propri interessi, la propria gloria, i propri comodi può essere mai un ambasciatore di Dio? Può dire con l’Apostolo pro Cristo legatione fungimur? Può procurare la salvezza etrna delle anime, per la quale tante volte ci vuole il sacrificio della propria esistenza? - San Vito divenuto cristiano, fu pronto a manifestarsi per tale, abbandonò la casa paterna in cui tutto gli sorrideva, non curò gli agi della famiglia, le dovizie, gli onori, ma investito di serafico ardore quale apostolo novello fu dal Salvatore destinato a grandi imprese. Egli corrispose alla grazia, e con la sua parola viva ed efficace, accompagnata dai miracoli, raccolse immensi frutti di vita eterna tra i popoli che l’udirono parlare del vero Dio, da essi sconosciuto, e delle verità consolanti della cristiana fede.

Che dirò ora del suo martirio? Il morire per gli altri è l’argomento più forte e più lampante dell’amore che verso di loro si nutrisce. Lo disse lo stesso Gesù Cristo: Majorem charitatem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis. Vito, sebbene ancora fanciullo, fu pronto a sopportare con eroica rassegnazione ogni male della vita e a manifestare quest’ultima prova di amore verso Dio e verso la Chiesa, versando tutto il suo sangue per la difesa della verità rivelata, il trionfo della quale sempre cercò.

Quanto grande adunque non è san Vito che di tante prerogative è fregiato e di tanti doni del Santo Spirito impreziosito? Egli è un santo gloriosissimo, innocente e penitente, anacoreta e confessore della fede, profeta ed apostolo, angelo in carne e fanciullo celeste. Odasi mons. Sarnelli: "Mentre era ancora in vita, ei dice, in lui si ammirava l’innocenza di Abele, la pietà e la religione di Enos; qual Noè fu preservato dal diluvio di tanti gentili; quale Abramo fu progenitore di fedeli e padre di molti credenti; qual Giosuè vinse la natura, superò il mare, fu assistiti dagli angeli, fu protetto dalla destra dell’Onnipotente. Pareva fatto al modello del cuore di Dio come in un altro Davide. Nel piccolo altare del suo cuore si alzava fiamma di zelo così ardente che l’avreste creduto un altro Elia."

Vito così pei suoi molteplici meriti è grande innanzi agli angeli, innanzi alla Chiesa, innanzi ai popoli che l’onorano riverenti. Egli consumato nel fiore della vita, fu prima arricchito da quelle sublimi virtù, che in molti anni altri si hanno acquistato. Consummatum in brevi explevit tempora multa. Bella oltremodo ed amabile era agli occhi dell’Altissimo l’anima sua innocente, fregiata di grazia e di candore: Placita enim erat Deo anima illius. Per questo l’Onnipotente si affrettò a chiamarlo a sé, preservandolo dagli scandali e dalle iniquità del paganesimo: Propter hoc properavit educare illum de madio iniquitatum. Vito adunque fu trasferito assai presto a una vita beatifica e d immortale, acciocché la malizia non penetrasse nella bell’anima di lui impreziosita di doni celesti, e l’illusione ed affascinamento dei sensi non mutassero i santi propositi della sua fervida mente: Raptus est ne malizia mutaret intellectum ejus, aut ne fictic deciperet animam illius.

Questo santo fanciullo intanto di sovrumani meriti fregiati, di doni celestiali sì arricchito di sì sublimi virtù mirabilmente ornato non è una testimonianza perenne della divinità di quella Chiesa, a cui gloriavasi di appartenere, ed al cui trionfo erano consacrate le sue fatiche, il suo zelo, i suoi affetti, il suo apostolato, tutta la sua vita? Le sue pregiate reliquie, il culto che gli si presta, lo slancio fervido della divozione dei popoli che l’onorano e lo invocano, la grazia che di continuo compartisce a vantaggio dei suoi clienti, parlano abbastanza della missione soprannaturale del cristianesimo che sempre lotta nel mondo e sempre trionfa.

Ed ora che siede glorioso in cielo, scorda noi figli della colpa che ci troviamo in questa terra d’esilio, ed a riuscir vittoriosi dei molti nostri nemici ci affidiamo sicuri alla sua potente intercessione? Scorda forse la Chiesa, primo obiettivo delle sue tenerezze? No, o lettore benevolo. Egli nella sommità dell’empireo ove con Cristo vive e regna in tutti i secoli, sicuro della sua beatitudine, è sollecito della nostra che ancora è incerta, e quindi prega per noi, prega per la Chiesa, prega per tutti. E la preghiera di lui che è sì vicino all’Altissimo, e che, al dir del Gaetani, di tutti i santi dell’antico e nuovo Testamento i meriti concentra, le virtù, i pregi, può restarsi inesaudito? Affidiamoci quindi alla potenza di tal santo, e viviamo sicuri della sua protezione.

 

Capitolo 14°

Patrocinio di S. Vito in favor dei suoi divoti.

 

Avendo esposto con brevità e chiarezza la vita ed il martirio del caro S. Vito, ora ci converrebbe fissar lo sguardo in quella gloria sovrumana che ei gode da sedici secoli nel soggiorno dei comprensori beati, e che il giusto Giudice ha proporzionato ai meriti inesprimibili che egli con tante fatiche, stenti, sofferenze e sacrifici si acquistò in terra; mentre se una stella differisce nel firmamento da un’altra stella nella chiarezza, così un santo differisce nel cielo da un altro santo nel godimento dell’unico e sommo Iddio, obbietto primario della felicità di tutti gli eletti. Ma la nostra mente assai limitata come levarsi potrebbe a contemplarlo maestoso nell’alto empireo, e sostenere gli splendori, di cui più che l’astro del giorno è rivestito? Il real Profeta, meditate quelle squisite dolcezze che il Re dei secoli tiene preparate ai santi suoi nell’eterno soggiorno dell’immortalità, si contentò di esclamare sorpreso: Nimis honorati sunt amici tui, Deus. Fortunati le mille volte coloro che in questa terra d’esilio furono fedeli a Dio, chè essi ora onorati da lui seggono in trono smagliante di luce, come principi del regno sempiterno! Da ciò si può argomentare quanta gloria goda in paradiso l’amabile S. Vito che tanti servizi prestò a Gesù Cristo ed alla Chiesa: gloria dovutagli per la sua innocenza, giacché visse in terra come un angelo in carne mortale, che si pascea tra i gigli dell’immacolata purezza: gloria proporzionata alla penitenza con cui affliggeva il suo vergine corpo che mai deviò dalla rettitudine e dalla modestia: gloria riservata come ad apostolo che annunziava la fede del Salvatore convertiva i gentili alle sante leggi del Vangelo: gloria di un martire che suggellò intrepido la cristiana religione col versare tutto il suo sangue in testimonianza della verità e della giustizia… Ma poiché tale argomento sorpassa i nostri pensieri, mentre, al dire dell’Apostolo, né occhio ha veduto né orecchio ha inteso, né mai entrò nel cuore dell’uomo ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano, volgiamoci piuttosto a considerare quanto potente sia in cielo a favor dei suoi divoti il suo patrocinio.

Un grande della terra, un principe di corte tanto è più alto a proteggere chi si affida alla sua intercessione, quanto più vicino egli è al suo Sovrano, quanto maggiore è la stima di cui questi lo onora. Ora il nostro Santo è sempre alla presenza di Dio, onorato, amato, glorificato da Lui a proporzione dei suoi meriti. Quante grazie dunque Egli non può ottenerci?

I santi tutelari della città, come pena il Cartesiano, sono i secondi custodi affidati dalla Provvidenza. Ciascuno di noi è sotto la vigile guida di un angelo che, secondo l’Angelico, appartiene all’ultimo coro delle celesti milizie. Come ogni individuo, così ogni comune ha il suo angelo tutelare, ma di un ordine più elevato, come delle Dominazioni e dei Troni. Un regno tutto intero ha pure il suo angelo custode, ma di un coro più elevato ancora, come dei Principati o delle Virtù: Custodia hujus multitudinis pertinet ad Principatum. La stessa norma segue in certa guisa la Chiesa nel prescegliere i patroni dei Comuni, quali vuole che siano del numero di quelli onorati col titolo di santi e non di beati semplicemente, quindi dei più distinti, dei più celebri, di coloro che sono riguardati veramente dalla Chiesa come principi al cospetto del Signore.

Or molti comuni da remoti secoli hanno eletto per loro avvocato S. Vito, perché desso è uno di quegli eroi il cui patrocinio è efficacissimo innanzi al trono dell’Onnipotente. Fortunate adunque sono quelle cittadinanze che alla valevole intercessione dell’angelico fanciullo si affidano! Egli pertanto che fa in cielo, mentre gode della visione intuitiva del sommo Re della gloria? Ascolta pietoso ed esaudisce le nostre suppliche, le presenta, come facea l’Arcangelo Raffaele delle orazioni di Tobia, all’Onnipotente e lo prega in favor dei suoi clienti. Pregando un santo in paradiso, pregano pure tutti gli altri santi, per la carità che li congiunge a Dio, unica fonte di puro amore e di unione, e le preghiere di tutti vengono offerte all’Altissimo da Maria, che è l’anello prezioso per cui le gerarchie create si uniscono in arcano modo all’Autore di tutte le cose. Quindi saggiamente insegna il Suarez che Dio per le orazioni dei santi concede ai popoli alcune grazie, che senza la loro intercessione nella economia ordinaria non accorderebbe.

La S. Congregazione dei Riti il giorno 23 marzo 1630 stabilì che ad essa si appartiene l’esame e conferma del santo patrono eletto dai comuni suffragi del clero e del popolo con l’annuenza del vescovo diocesano: ciò che prima far di solea dalle rispettive Curie vescovili. Tale decreto venne ratificato dal Sommo Pontefice Urbano VIII. La stessa S. Congregazione posteriormente, il dì 7 settembre 1698, esponendo il cennato decreto dichiarò che nell’elezione del santo protettore i superiori ecclesiastici debbano avvertire il popolo a non aver di mira la sola devozione, ma che sceltasi secondo l’antica disciplina della Chiesa, quel santo che abbia con la cittadinanza qualche attinenza o perché vi fu vescovo o vi tenne domicilio, o perché vi si posseggono le venerande reliquie, o perché si mostro propizio al popolo, rivelando da qualche grande sventura.

Avvalorate d’alcuno di questi motivi molte città ebbero la fortuna di prescegliersi S. Vito a patrono, come fece Mazzara sua patria, e poi Chiaramonte Gulfi, Regalbuto, Carini, Partanna, Forio, ecc. Per protettore lo riconosce la Sicilia, la Sassonia, la Polonia. Diversi comuni, villaggi e borgate e sono sessantasette, si intitolarono in S. Vito nelle province di Modena, di Venezia, di Napoli, degli Abruzzi, di Messina, di Trapani, ecc. Che pensi, o lettore, di tanta fede, di tanta devozione esternata dalla nostra penisola e da tutta la Sicilia verso un fanciullo, la cui ricordanza ci colma di affetto, di entusiasmo, di religione, e il patrocinio del quale oggi più che mai si conosce il bisogno di implorare e vantaggio dell’individuo, della famiglia e dell’intera società che senza la protezione dei santi non avrebbero, in mezzo a tanti scandali e delitti chi li difendesse innanzi al trono dell’eterno Giudice?

Gli attuali governi che si vantano rigeneratori dei popoli più non s’interessano delle solennità dei santi eletti a patroni; avendo sparsa da per tutto l’indifferenza religiosa, perché separatasi dal magistero infallibile della cattolica Chiesa, hanno tentato di indebolire la viva fiamma del sentimento religioso del popolo cristiano; e in parte vi sono riusciti: non mancano infatti delle città ove certi presidi informati ai sentimenti pagani di Valeriano e di Pascasio hanno vietato sotto vari pretesti l’inveterata lodevole consuetudine delle pubbliche processioni; e delle altre, ove redivivi iconoclasti hanno bestemmiato contro il culto dei santi e della vergine augusta, contro la divinità di Gesù Cristo e la divina istituzione del Papato. Sono da rimpiangersi i tempi trascorsi, in cui i popoli spinti dell’autorevole esempio dei governi e dei municipi cattolici con sublime slancio di fede si affidavano alla protezione di coloro che avvocati ci sono presso Dio e prendevano parte ad alcune funzioni religiose. Intanto si avverava ciò che sta scritto: Sic nos tu visita, sicut te colimus. Essi onoravano i santi, dai quali poi ricevevano segnalati benefici, e venivano consolati nelle private e pubbliche calamità, e nuotavano nell’abbondanza di ciò che è necessario al mantenimento della vita, e la cristiana carità li univa come fratelli ed amici. Mentre oggi, venuto meno il culto, un freddo egoismo si è impadronito dei cuori, spezzando i legami che congiungevano gli uomini tra loro e Dio, e si sono moltiplicate le sventure ed accresciuti i mali della gemente umanità. "Le solennità dei santi protettori - dice a proposito il sac. Milone - sono mostre religiose e civili nel tempo stesso." Le arti, i commerci, le industrie municipali aspettano il loro anniversario per manifestarsi. Allora i comuni ed i villaggi, deposto il broncio e la rivalità, si confondono e fraternizzano sopra un terreno ove l’invidia non ha regno, cioè al cospetto del paradiso, innanzi a cui l’umanità non è che una sola famiglia, la famiglia del Padre celeste. Sotto il simulacro di un eroe cristiano che ardì rispondere: No ad un superbo despota, che lo stancò con la pazienza, lo atterrò morendo, l’animo più imbelle si sente rinvigorito nel dovere, e non rimira più ai fugaci successi dell’iniquità, ma sebbene ai tardi ma sicuri giudizi di Dio.

"Quel potente inghirlandato dei segni della vittoria, che non fastidisce i poveri fratelli, non scaccia dalla sala del trono i cenci dell’artigiano, ed accetta il vasetto dell’olio della grama femminetta, e un’idea che rinfranca la miseria, avvicina gli estremi sociali, ma senza turbamento, senza vendetta. Quelle feste non sono allegrezza coatta, né la spesa è premuta a chi ha da guardarle da lungi; ma oblazioni spontanee e letizia comune le apprestarono e le godettero. Per la qual cosa le feste dei santi tutelari esalano il profumo della fede cattolica, sono come i fasti poetici dei comuni, il cinto d’oro che lega i cittadini del cielo agl’inquilini della terra, l’unico sollievo che tra le popolazioni laboriose rompe la monotonia delle giornate."

E per dire qualche cosa dei vantaggi che provengono ai comuni dalle solennità dei celesti patroni io v’invito a considerare ciò che si verifica allorquando si rinnova l’anniversario della festa solenne del protettore del vostro comune. Che cosa allora vedete? Vedete un popolo che giubila caldo di quella gioia purissima, che inutilmente cerchereste nelle feste profane. Vedete i congiunti, gli amici, i cittadini tutti che fra loro si avvicinano e tra loro si danno prove evidenti di stima e di affetto. Vedete i grandi e i piccoli, i diviziosi e i poveri, i nobili e i plebei indistintamente prostrati innanzi all’ara di colui, che tutti riconoscono ed onorano come loro potente avvocato innanzi al Giudice supremo dei vivi e dei morti. Vedete nella pompa esteriore del culto manifestarsi tutto il bello delle arti liberali ed in generale attività le stesse opere servili. Vedete un ministro evangelico che presenta i leggiadri fiori dell’eloquenza sacra per descrivere le gesta dell’eroe cristiano. Vedete pel mezzo del mercato avvicinarsi gl’individui con gl’individui, i popoli coi popoli vicini. Vedete cittadini che, stanchi delle cure mondane, alzano un pensiero all’altra vita, ove regna e li chiama il loro patrono; e intanto la fede si ravviva, la speranza si dilata, la carità si accende più viva nei cuori; e ricordarsi il cristiano di essere stato creato per conseguire la celeste beatitudine dopo le sofferenze di questo breve pellegrinaggio. Vedete… ma basta… giudicate pertanto se chiamar si possano amici della patria, della civiltà, del commercio, della religione tutti coloro che contro la magnificenza del culto esteriore, che nelle solennità dei santi protettori meglio si manifesta, van mormorando. Ma vedete contraddizioni in che essi si trovano! Mentre impugnano la solennità dei santi che tanti beni morali e materiali alla società han sempre recato, van caldeggiando le feste profane e tutte quelle ignominiose mollezze che ammollirono prima la fervida Grecia e poi l’invitta Roma, cui consegnarono in potere dei barbari che scendevano dal settentrione a desolare la nostra ridente penisola: e barbara sarebbe addivenuta la città eterna, dominatrice del mondo prima con la forza e poi con la morale evangelica, se la cura indefessa dei Romani Pontefici, a cui per ogni titolo si appartiene, non l’avesse preservata dall’invasione delle orde nemiche, avviandola alla sua civiltà.

 

Capitolo 15°.

Culto alle reliquie di San Vito.

Fiorirono in tutti i secoli sì dell’antico che del nuovo Patto, degli eroi cosmopoliti per avere con luminosi azioni improntato il sentiero di questa vita meritarono eziando dopo la loro morte l’ammirazione e le laudi di tutti i popoli. Abramo, Mosè, Davide, Salomone fra gli ebrei; Platone, Aristotele, Cicerone, Virgilio fra i pagani; Agostino, Benedetto, Francesco, Domenico, Tommaso, Bonaventura fra i cristiani e cento e mille altri non potranno essere dimenticati giammai, anzi saranno sempre encomiati come glorie dell’umanità. Fra questi uomini sublimi suscitati dalla Provvidenza, che soavemente governa il mondo, a luminose azioni per cui si resero immortali, occupa un posto onorevole l’angelico S. Vito, fanciullo così eroico che, non ancor trilustre, avvalorato dalla grazia seppe riportare i più segnalati trionfi e versare sangue per difesa della fede, cui stoltamente impugnava il paganesimo. Le gesta della sua vita preziosa ed il martirio così gloriosamente sostenuto lo resero tanto ammirabile e caro negli annali della cattolica Chiesa che il culto in suo onore ben presto si esiste in quasi tutta l’Europa che gli innalzò tempi ed altari, che ancora lo ricorda con riverenza, lo celebra nell’officiatura, lo invoca nei pericoli, specialmente nella Sassonia, nella Boemia, nella Baviera, nella Polonia, nella nostra penisola, ecc. I siciliani in modo particolare animati dalla religione dell’amore, si videro in ogni secolo impegnati a caldeggiare la devozione verso il santo conterraneo; a celebrarne il martirio, a cantarne le gesta, a perpetuarne il nome dei figli, a fondare in suo onore chiese ed altari, confraternite e cenobi sia di uomini, sia di donne vergini. Gli scrittori ne raccolsero ed illustrarono gli atti: gli scultori lo effigiarono nei simulacri: i pittori ne istoriarono la vita sulla tela: gli oratori sacri lo encomiarono nelle loro orazioni. E che dir non potrei, se tutte le erti belle avvivate dalla potenza del cristianesimo e dal fervido genio che distingue i popoli della Sicilia si impegnarono sempre a rendere più solenne ed universale il culto dell’eroico S. Vito!

Qui parlo soltanto della venerazione alle sacre reliquie del nostro santo, che sono onorate in moltissimi luoghi, come Mazara, Regalbuto, Chiaramonte Gulfi, Castrogiovanni, Vizzini, Mineo, Carini, Bugio, Partanna, Eboli, Plignano, Forio, Capua, Roma, Parigi, Cracovia, Corbia, Praga, Salisburgo, Augusta di Germania, ecc.

Prima però di inoltrarmi a trattare di questo argomento, credo opportuno premettere alcuni cenni sul dogma del culto alle reliquie dei santi che ha definito la Chiesa, unica depositaria della rivelazione e colonna e firmamento di verità.

Per reliquie si intendono in primo luogo i corpi dei santi o le parti di essi separate. In senso più generale sotto un tal nome si comprendono tutti quegli oggetti che in certa guisa furono consacrati per contatto della loro carne, come le vesti, gli strumenti di mortificazione o di martirio e di loro devozione.

La Chiesa ha creduto sempre ragionevole e conforme alla Scrittura ed alla tradizione il venerare i corpi di quegli eroi che per la grazia santificante furono in terra santuario dello Spirito Santo, veri servi ed amici di Dio di cui osservarono puntualmente la legge, membri vivi del corpo mistico di Gesù Cristo che è la Chiesa, e scevri di quanto può essere meritevole di eterna condanna. Tale dottrina venne stoltamente impugnata dagli eretici di tutti i tempi, fra i quali basta ricordare Vigilanzio, Costantino, Copronimo, Claudio di Torino, i Vicleffiti ed i Novatori.

L’antico Testamento chiaramente approva il culto prestato alle sacre reliquie. Nel libro IV dei Re si legge che il profeta Eliseo operò straordinari prodigi in virtù di quel mantello che gli lascio in retaggio il santo Elia quando in un carro di fuoco veniva dagli angeli trasportato in alto. Nello stesso libro sta registrato che un cadavere seppellito accanto le spoglie di tale uomo di Dio, risuscitò subito a nuova vita. Mosè con riverenza seco condusse dall’Egitto le ossa del casto Giuseppe, e la madre dei Maccabei venerava le reliquie dei suoi martiri figli, come attesta il Nazianzeno, sacrificati per l’osservanza della legge, dei quali raccoglieva, quando erano martorizzati, le gocce del sangue e ne ricercava e venerava i frammenti delle membra: Cruoris gittas rapiebat, fragmenta membrorum excipiebat, reliquias adorabat. Anche Gesù Cristo col suo esmpio ha reso chiarissima testimonianza a questa verità di fede cattolica. Egli infatti non riprese, anzi encomiò quella donna che a lui tacitamente si apprestava per toccargli il lembo della veste nella ferma fiducia di essere risanata dalla sua lunga infermità. Approvò questo culto in persona di S. Pietro, costituito suo primo vicario, che con l’ombra del corpo di lui liberava da qualsiasi infermità. Lo approvò in persona dell’apostolo S. Paolo, poiché al contatto dei fazzoletti o fasce di lui uscivano immediatamente i demoni dagli energumeni, e gli ammalati ricuperavano la guarigione. Su di che scrive mons. Martini: "Erano per venire un giorno degli uomini, i quali, vantandosi continuamente della scienza delle Scritture, e a piena bocca gloriandosi di non aver altra regola della loro fede che i sacri libri, dovevano giungere a tanto di temerità e di arroganza, che non dubitassero di accusare la Chiesa, loro madre, di superstizione nel rispetto e nell’onore che ella professa di rendere alle reliquie dei santi. Accusino dunque costoro anche i fedeli dei primi giorni del cristianesimo di superstizione, perché i fazzoletti e le fasce usate da S. Paolo custodivano per valersene a pro dei malati, e, se crediamo al Crisostomo, anche a risuscitare dei morti." Il Salvatore infine si è degnato di operare in tutti i tempi innumerevoli prodigi a favore di quei fedeli che nei bisogni molteplici della vita, nelle pubbliche e private sventure han visitato ed onorato le reliquie dei santi. Con che egli divinamente ha appalesato che gli è molto gradito il culto che si presta alle sacre spoglie dei servi suoi che gli furono conformi nella pazienza, nella mortificazione, nell’innocenza e nella penitenza; e ognun sa quante grazie Iddio ha versato in favor di coloro che con sentimenti di vera devozione si sono portati, per implorare celesti soccorsi, ai sepolcri che racchiudono le ossa beate di un S. Giacomo in Campostella, di un S. Nicola di Bari, di un S. Antonio da Padova, ecc. Il rispetto poi e la riverenza in cui alcuni tengono le reliquie di coloro che dal mondo sono riguardati come illustri e benemeriti della società, pienamente giustifica il culto religioso che la Chiesa presta ai Santi, che, come furono grandi in terra o per sapienza o per purità di vita o per eroica penitenza o per meraviglie o per essi da Dio operate, così ora sono grandi in cielo.

Il sacrosanto Concilio di Trento quindi a buon diritto condanna coloro che osano impugnare questa verità cattolica, e nella professione di fede propone, a quei che l’emettono, di credere al culto della sante reliquie: Constanter teneo sanctorum reliquias esse venerandas; e Benedetto XIV in una lettera diretta nel 1745 al Capitolo della cattedrale di Bologna ricordò doversi venerare non solo il corpo intiero d’un eroe cristiano, ma eziando qualunque parte divisa del medesimo.

Se dunque, come vuole la fede e detta la ragione, dobbiamo prestare onore alle sacre reliquie dei servi di Dio, apostoli, martiri, dottori, vergini, anacoreti, ecc., possiamo negare il tributo della nostra venerazione ai resti mortali di S. Vito, che visse in terra come angelo rivestito di umane sembianze, portò sempre nel suo beato corpo la mortificazione di Gesù Cristo ed offrì la sua vita preziosa in sacrificio al Creatore, sopportando per lui un crudele martirio?

Fa uopo anzitutto che io sciolga una difficoltà che t’insorgerà nella mente, o lettore, nel venire in conoscenza delle molte reliquie di S. Vito onorate in diverse città della Sicilia, d’Italia, della Sassonia, della Boemia, ecc. Come, tu dirai sorpreso, le spoglie di un tenero fanciullo possano trovarsi in tanti luoghi? Crescerà la tua meraviglia nel sentire che varie città vantano le braccia, altre il capo, alcune l’intero corpo dell’inclito S. Vito. Ma per questo non venga meno la tua fiducia, non si rallenti la tua devozione, non si scandalizzi il tuo cuore. Molti comuni, è vero, vantano le reliquie del nostro santo per la ragione che egli fu sì celebre nei fasti della Chiesa primitiva, quando l’esser cristiano si reputava delitto contro lo Stato, che ogni cattolica contrada stima sua fortuna possederne e venerarne le pregiate spoglie. Dai molteplici pretensori si arguisca piuttosto la celebrità del suo nome, e non si prenda motivo ad impugnare il culto dovuto ai sacri avanzi degli eroi del cristianesimo.

Or la reliquie di S. Vito sono diffuse in tante chiese che fa piacere sapere quanti onori riceva da per tutto l’insigne martire di Gesù Cristo. Ma sono esse in verità tutte del santo fanciullo di cui le crede la pietà dei fedeli? Una critica severa e giudiziosa non c’induce, se on altro, a dubitarne? Ecco la risposta. La ragione non può ammettere ciò che involge contraddizione, e dubita soltanto quando la verità non le si presenta in tutta la sua chiarezza. Che le reliquie del nostro santo divise in frammenti ossia piccole porzioni possano in realtà trovarsi in tutti quei luoghi che si vantano di possederle, nessuno può negarlo o dubitarne. Infatti in alcune chiese si venerano le dita, in altre le braccia, dove un dente o parte del cranio, di una gamba, ecc. Divise così e suddivise le venerate spoglie, perché non possono veramente ritrovarsi in tutte quelle città che si vantano di venerarle?

Ma si aggiungerà: molti luoghi gloriano di possedere l’intero corpo, il capo, le braccia di S. Vito; come ciò può spiegarsi? Rispondo: per corpo, capo, braccia, gambe deve intendersi una parte principale dei medesimi nel linguaggio comune preso pel tutto, per quella figura retorica che chiamasi metonimia. Infatti le nove città che si gloriano di possedere le braccia del santo martire, propriamente parlando non né posseggono che una parte. Valga ad esempio Chiaramonte Gulfi, ove si dice di conservarsi e venerarsi il braccio del celeste patrono. Tale reliquia si ottenne il 15 dicembre 1682 in Roma dall’eminentissimo cardinale Gaspare di Carpineto, in rev. Parroco D. Giuseppe Salinaio, che poi con atto pubblico donò alla confraternita del Santo. Ma è veramente tutto un braccio che si onora? Facciamo una breve riflessione. Volgarmente intendesi per braccio quel membro che dalla spalla si estende sino alla mano. In linguaggio anatomico però per braccio si intende quella porzione del membro toracico, che si frappone tra spalla e avambraccio, e consiste in un solo osso, detto omero. L’altra porzione collocata tra il braccio e la mano si chiama avambraccio, ed è il risultato di altre due ossa cubitali e le due radiali si venerano ove interi, ove in parte in altri comuni, che pur vantano di possedere un braccio del santo.

Ti avverto poi, o lettore, che quando leggi che in alcuni luoghi, come in Salisburgo, nuova Corbia, Polignano, ecc., si conserva il corpo di S. Vito, devi per corpo intendere una reliquia principale. La parte viene presa pel tutto: Partem pro toto, molto più che in ogni parte è la stessa virtù prodigiosa che si trova nel tutto. Questa avvertenza per non nascere difficoltà nella mente dei fedeli la da il celebre analista cardinal Baronio che così si esprime: "Essendo la stessa virtù nel corpo intero ed ogni minima frazione del martire, avvenne che il corpo di un solo fosse diviso in parti diversi e in diversi altari locato; per il che le reliquie di un solo qua e la disperse, portentose ovunque, indussero a credere lo stesso corpo in più luoghi."

 

Capitolo 16°

Protezione di S. Vito contro l’idrofobia dei cani.

 

Nella stupenda economia della salute umana, Iddio vuol fare risaltare non solo la sua onnipotenza, ma ancora la sua immensa sapienza per cui possiamo esclamare col real salmista: Voi, o Signore, tutto avete operato in cielo e in terra, nell’ordine invisibile e nel visibile con profonda saggezza: Omnia in sapientia fecisti. Or questa sapienza, così propria dell’essere divino, in modo ammirabile anche risplende nel mistero sublime della dispensazione della grazia. L’Altissimo che in tutto può fare da sé, per rendere più luminosa la manifestazione della sua gloria, per eccitare la fiducia e la devozione dei fedeli verso coloro che gli sono congiunti nella celeste beatitudine, come ancora per ricompensare i santi di quanto in terra operarono e soffrirono per lui, si serve del ministero di essi per diffondere i suoi doni preziosi sull’afflitta umanità, per richiamare al dovere ed alla rettitudine i traviati, per serenare i dubbiosi e i vacillanti, per guarire gli infermi e i paralitici, per liberare i popoli e gli individui dalle pestilenze, dai tremuoti, dalla fame, dalla guerra e da altre sventure, che sono triste retaggio della colpa di origine.

Ogni santo può ottenerci da Dio, il quale né è la fonte inesauribile, qualunque grazia che gli domandiamo con umiltà, con fiducia, con perseverante preghiera: però la devozione dei fedeli, avuto riguardo alle particolari dolorose circostanze in cui essi si trovano, si rivolge piuttosto ad uno che ad un altro eroe della Chiesa, il quale non senza una forte ragione viene riguardato ed invocato protettore in quel bisogno che travaglia i miseri mortali. Infatti la vergine e martire S. Apollonia viene invocata nei dolori dei denti, appunto perché essa li ebbe barbaramente infranti nella persecuzione di Decio imperatore; S. Emidio in occasione di tremuoti, pel potere speciale che su di essi esercitò nella sua vita mortale; S. Francesco di Assisi e S. Gaetano da Tiene nella povertà, per l’illimitata fiducia che ebbero nella provvidenza del Padre celeste; S. Biagio nei dolori delle fauci per aver salvato un fanciullo che moriva soffocato per una spina che gli attraversava la gola, ecc. I favori celesti che in ogni tempo si sono ottenuti per intercessione di questi santi, dimostrano il potere speciale che a ciascuno dei medesimi Iddio ha concesso, e la verità di quella magnifica promessa fatta da Gesù Cristo, il quale disse: Chi serve me, sarà onorato dal Padre mio.

Ora in modo particolare il patrocinio di S. Vito è invocato allorquando qualche infelice è stato offeso da rabbiosi cani, per cui in tutte le sue immagini egli ci viene rappresentato in atto di tenere ai suoi piedi uno o due fedeli cagnolini ubbidienti al suo cenno, o attorniato d’infelici assaliti da rabbiosi mastini e che domandano la sua valevole protezione. A che attribuir si deve l’origine di tale generale devozione?

Riferisce il P. Francesco Antonino Spenati che S. Vito, dopo di aver per sovrumana virtù superato il bollor della caldaia e l’innata fierezza del leone sia stato condannato da Diocleziano ad un cane idrofobo, cui prodigiosamente risanò dalla rabbia. Da ciò credesi sia derivato l’uso antichissimo di invocar S. Vito e di ricorrere alla sua protezione nei casi di idrofobia. Però siccome questo fatto non è comunemente riferito dagli scrittori della vita del Santo, possiamo riguardarlo come apocrifo.

Altri dicono che la figura del cane sia stata lo stemma gentilizio della casa d’Ila, che posteriormente si riguardò come l’emblema della protezione di S. Vito contro l’idrofobia dei cani. Infatti fuori le mura, alla porta orientale di Mazara, avvi un recinto di terra detto comunemente l’isola Lucana ossia dei cani, la quale, come si sa per antica tradizione conservata in quella città, era patrimonio d’Ila, padre del nostro santo. Meraviglia quindi non è se per tale ragione sia stato il cane l’insegna gentilizia del nobile casato di S. Vito.

Altri sostengono essere stato il cane lo stemma della prisca Selinunte. Si sono infatti trovate antiche monete, che da una parte mostrano una donna con un serpe che le succhia le poppe e dall’altra un cane con la scritta Selinuntion. Il cane dunque, solito effigiarsi ai piedi di S. Vito, potrebbe anche alludere all’inclita patria di lui, e significare che il santo fanciullo era cittadino di Mazara, la nuova Selinunte: sebbene poi la pietà dei fedeli passando dal senso letterale al morale, abbia cominciato a riguardare il cane come l’emblema del patrocinio di S. Vito contro l’idrofobia. E qui accenno di volo essersi trovata nel 1774 in un fossato attorno a Mazara un’antica medaglia di bronzo, che reca da una parte una scritta in greco che interpretata significa: Qui habit in adjutorio Altissimi, e d’altra S. Vito a cavallo che tiene ai suoi piedi legato un cagnolino. Dal che si rileva che in tutti i tempi il cane è stato riguardato indispensabile nelle immagini di S. Vito.

Uno dei suddetti sarà stato il motivo della speciale devozione dei fedeli verso il santo conterraneo, ed è un fatto generale nella Sicilia come nella penisola, nella Polonia come nella Boemia, nella Sassonia come nella Baviera, ecc., che a S. Vito ricorrono fiduciosi coloro che sono stati offesi da rabbiosi cani; e i prodigi di ogni secolo operati a vantaggio dei clienti del santo, mostrano ad evidenza quanto potente in tale funeste congiunture sia il patrocinio del martire glorioso.

 

Capitolo 17°

Imitazione di S. Vito.

 

Il primo esemplare d’ogni perfezione che ci è stato proposto dall’eterno divin Padre, e che noi in tutta la nostra vita siamo chiamati ad imitare è certamente il Verbo fatto uomo nel seno immacolato di Maria. Di lui parlando il pontefice S. Gregorio Magno afferma che egli nella pienezza dei tempi comparve vestito delle nostre umili sembianze per essere veduto dagli uomini e che volle essere veduto per venire da essi imitato: In humanitate venit ut videretur, et videri voluti ut imitaretur. Fu infatti lo stesso Salvatore che prima di morire sul duro legno della croce propose se medesimo come modello di virtù, quando disse agli apostoli, e quindi a tutti i seguaci presenti e futuri della sua celeste dottrina: é xemplum dedi vobis. Ma egli non è modello di una o dell’altra perfezione, come erano i patriarchi, i profeti ed i giusti dell’antica alleanza, ma di tutte le perfezioni: modello da essere veduto ed imitato per qualche secolo, ma sempre, sino alla consumazione dei tempi: modello non di una santità limitata, ma d’una santità infinità, come infinita, perché divina, è la sua persona adorabile, e quindi tale che non possiamo mai errare nel ricopiarlo in noi stessi.

Dunque il primo, assoluto, infallibile esemplare a cui dobbiamo conformare la nostra vita è Gesù Cristo, Dio e uomo, primogenito tra i molti fratelli di adozione e dominatore di tutti i dominati. Però siccome egli per effusione della sua bontà e coi soccorsi della sua grazia in ogni tempo si è voluto rendere ammirabile nei suoi santi, mirabilis Deus in Sanctis suis, i quali sono stati la copia più perfetta di lui, e l’hanno imitato con ogni ardore per quanto è stato possibile a creatura rinvigorita dalla grazia, noi possiamo riconoscere essi pure come i nostri esemplari, giacchè per lui vissero e morirono. Imitando i quali, imitiamo Gesù Cristo unico esemplare dei predestinati. S. Paolo dice infatti, siate imitatori di me, come io lo sono di Gesù Cristo: Imitatores mei estote, sicut ego Christi.

Ora il culto che si presta ai santi di Dio, culto duliaco, di venerazione, possiamo dividerlo in triplice aspetto, cioè in culto di onore, culto d’invocazione e culto di imitazione. Il primo è quell’ossequio religioso che noi loro prestiamo, perché in terra furono vive immagini del Salvatore a cui conformano la loro vita, seguendone la dottrina e gli esempi, mentre ora in cielo sedendo su troni smaglianti di splendore sono partecipi della sua gloria immortale. È in conseguenza un culto, come ben si vede, che implicitamente si offre a Dio, dal quale soltanto, che è il Padre dei lumi, essi riconoscono di aver ricevuto nel tempo, quando erano ancora viatori, ogni grazia, la vittoria completa sui loro nemici, il grande dono della perseveranza nella virtù e poi la corona immarcescibile della vita.

Il secondo è una grande fiducia che abbiamo nel patrocinio di essi, onde li preghiamo ad ottenerci dal sommo Dio ogni bene, giacché ci sono avvocati innanzi a Lui e si trovano nello stato felicissimo di poterci ottenere qualunque grazia, sia spirituale come temporale, di cui potremmo avere bisogno in questa miserabile valle di sospiri e di pianti. Chi serve me, dice Gesù Cristo, sarà onorato dal Padre mio. Una tal promessa si compia a favore degli eletti in terra, ma meglio in cielo, donde c’impartiscono quei benefizi che ottengono da Colui che è fonte inesausta d’ogni grazia, ed ove ricevono i nostri omaggi e le nostre preci.

Il principale però è il culto d’imitazione; perché a che vale onorarli, invocarli, pregarli nelle molteplici necessità della vita, se non ci proponiamo di seguire i loro precarissimi esempi? Dice perciò saggiamente il gran padre della Chiesa S. Agostino che la solennità dei martiri sono per noi esortazioni al martirio, e che perciò non deve dispiacerci di imitare coloro che ci dilettano di celebrare.

Tutti i santi adunque, siano stati martiri o confessori o vergini, perché ricopiano in noi stessi il Nazareno, ascoltarono docili i suoi insegnamenti che conducono a vita eterna, operarono a seconda degli esempi ch’egli ci ha lasciati, ed ora godono con Lui la celeste beatitudine, sono meritevoli al certo della nostra imitazione, come lo sono del nostro onore e della nostra invocazione.

Or noi veneriamo il glorioso S. Vito che fu martire, confessore della fede e vergine, lo supplichiamo, lo invochiamo con confidenza nei pericoli dell’anima e del corpo, a lui affidiamo le sorti del presente e dell’avvenire, per la sua potente intercessione speriamo ottenere tutti quei soccorsi che ci sono indispensabili per arrivare all’eternità beata; ma ciò non basta per meritare il suo benevolo patrocinio, ché bisogna pure imitarlo: allora egli gradirà meglio i nostri onori e le nostre preghiere.

Ma in quale virtù procurar dobbiamo di farci simili a lui e ricopiarlo in noi stessi? Ricordiamoci innanzitutto della sua vita preziosa, irreprensibile, modesta, casta, tutta impiegata a far del bene ed a evitare il male. Egli era distaccato dalle cose di questa terra, e potea dire con l’Apostolo, la nostra conversazione è nei cieli. Sebbene il figlio di un nobile e dovizioso personaggio, figlio unico e diletto, come i primi discepoli del Salvatore, lasciò tutto e seguì il Nazareno nella povertà. Era rassegnato ai divini voleri, per adempire i quali si portava ovunque l’Altissimo l’avesse chiamato. Non cercava il suo gusto o la sua gloria, ma quella del Signore, onde in tutta la sua vita poteva ripetere con Gesù Cristo: Quae placita sunt ei facio sempre. Quanto non era vivo, ardente, rinfocato il suo zelo per la fede, nel far conoscere a tutti la verità e la vita che sono unicamente nel Redentore del mondo, nel faticare e soffrire per lui, nell’esser pronto in ogni istante a dar la vita ed a versare il sangue, quando lo richiedeva l’onore del Nazareno e la carità verso il prossimo! Ed in quale virtù in grado eroico egli non si distinse? Fu puro come un angelo vestito di umane sembianze e mai contaminato di grave colpa. Fu penitente come un anacoreta. Fu pieno di amor di Dio fervente ed operoso, d’umiltà profonda, di pazienza invitta, di mansuetudine sovrumana. Chiunque può quindi imitarlo nelle virtù che in lui risplendettero d luce divina e per le quali meritò d’essere accetto al sommo Re della gloria ed agli uomini: Dilectus Deo et hominibus. Offriamogli questo culto d’imitazione, se vogliamo meglio godere della potenza del patrocinio che dal cielo spiega in favor dei suoi devoti. I ricchi apprendano da lui il distacco dalle terrene sostanze, i poveri la rassegnazione ed il fervore, i miserabili la pazienza nelle loro tribolazioni, le vergini il candore, i perseguitati la costanza cristiana, e tutti dietro il suo eccellentissimo esempio affatichiamoci a perseverare nel bene sino alla morte, ricordandoci che tutte le virtù meritano una corona, ma la sola perseveranza in esse arriva ad essere coronata.

Storia di S. Vito Martire

del P. Samuele da Chiaramonte

esprovinciale cappuccino

Macchia di Giarre, 27 agosto 1989

 



                                                               


Hit Counter