Quante STORIE per un caffè....                       storie, poesie e tant'altro.......

                             

Il Guscio

di
Angela Rizzo


Con questo racconto ha vinto l'ottavo premio del concorso Angela Starace 2002, sezione narrativa.

Angela Rizzo, nata a Venezia, risiede a Mazara del Vallo dove insegna materie letterarie in una scuola media statale. Laureata in Filosofia nel '77 e in Lettere Moderne nel '96. Ha conseguito il diploma di Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l'Archivio di Stato di Bari e ha curato per diversi anni la direzione dell'Archivio storico comunale della città in cui vive. Nel corso del 2000 ha iniziato a partecipare a concorsi letterari nazionali ed internazionali, ottenendo svariati premi fra cui il 1° premio nella VII edizione 2000 del Premio Letterario Nazionale di Poesia e Giornalismo "La Fonte Città di Caserta", il 1° premio" nel Concorso Letterario Nazionale di scrittura femminile "Ma adesso io", presieduto dalla scrittrice Lidia Ravera e bandito dal Comune di Faenza, il 1° premio nel Concorso Letterario 'Nuccio Raffa" Città di Sortino, il 1° premio nel Concorso Letterario Internazionale "La voce del cuore" di Francavilla Marittima (CS), il 2° premio nella IV edizione 2000 del Premio Nazionale di Poesia e Narrativa "San Francesco d'Assisi dell'Associazione Culturale Megarese di Augusta,", il 2° premio nel Concorso Letterario Internazionale "Il Club dei Poeti", edizione 2002, il 2° premio nel Concorso Letterario Nazionale di Mesagne (Br), il 3° premio nel VI Concorso nazionale "Akery, il 3° premio nel Concorso Letterario nazionale "Villa di Ovidio"di Roma, il 3° premio nel Concorso Letterario Nazionale "Agorà" di Augusta.

E' stata segnalata e ha ricevuto menzioni speciali in numerosi concorsi di narrativa, poesia e giornalismo, come il Premio "Paola Biocca" per il reportage di Torino, presieduto da Gad Lerner. Ha pubblicato il romanzo "Quieta morte di provincia" e la serie di racconti "Percorsi interiori", premiati in diversi concorsi letterari nazionali. Molte poesie e racconti sono editi in antologie letterarie.

   

Sospeso nell'aria, Stefano contemplava dall'alto il proprio corpo. Non si era mai accorto della profondità delle rughe intorno alle sue labbra e di quanto fosse angusto il torace.
Si abbassò goffamente per analizzare più accuratamente i particolari di quel fantoccio che giaceva scompostamente sul letto: i radi capelli brizzolati sulle tempie, la bocca semiaperta che lasciava intravedere i denti ingialliti, la fissità degli occhi vitrei e spenti.
Sul comodino le tracce del tentativo di alleviare il forte dolore allo stomaco che lo aveva colto prima in modo subdolo, poi sempre più violento: il bicchiere dell'acqua rovesciato e il flacone di compresse digestive che non era riuscito ad aprire.
Ondeggiò a lungo in preda allo stupore e all'incredulità cercando di ricostruire quanto era accaduto, mentre un'alba spietata cominciava a penetrare dalle fessure della persiana, mettendo a nudo senza pudore la squallida realtà.
Sulla sedia era accuratamente disposto l'abito indossato la sera prima; sul ripiano del comò il sigaro quasi intero abbandonato nel posacenere e la bottiglia di whisky di cui si era servito abbondantemente mentre si spogliava.
Si rese conto che poteva vedere tutto contemporaneamente: sopra, sotto, intorno.
In un punto della parete, la tappezzeria era leggermente scollata, una ragnatela ondeggiava e brillava malignamente sul lampadario, il parquet esibiva l'usura del tempo in vari punti, ma soprattutto quell'involucro vuoto e grottesco ingravidava l'aria d'inquietudine e testimoniava un evento incredibile e osceno nella sua normalità.
Cercò di ricordare minuziosamente i particolari della giornata precedente e di analizzarli uno per uno, praticando l'usuale esercizio mentale cui ricorreva la sera, quando spegneva la luce, per favorire il sonno.

 
Si era svegliato alle 6.30, come tutte le mattine, si era recato in cucina per consumare la colazione, aveva acceso il sigaro e si era avviato nel bagno per la quotidiana toilette.
Dopo il lavoro in banca, l'avrebbe atteso una serata con Elena, per cui scelse il vestito che avrebbe indossato per l'occasione, perdendosi nell'indecisione della cravatta da abbinare.
Alla fine propense per un colore vivace, che probabilmente avrebbe contribuito a renderlo più disinvolto e risoluto nel caso in cui la conversazione fosse scivolata verso argomenti fastidiosi.
Stefano difendeva fermamente la propria posizione di scapolo e non avrebbe mai concesso ad alcuno di sconvolgere una tranquilla routine scandita da gesti abitudinari e metodici, che gli infondevano calma e rilassamento.
Aveva da poco superato i cinquant'anni e non si era mai pentito della sua scelta, godendo del piacere di dipendere unicamente da se stesso.
Selezionava le amicizie e gli amori con una certa freddezza, sulla base di calcoli opportunistici, essendo incapace di slanci e di spontaneità. Amava programmare il tempo libero con una minuziosità e precisione che sfioravano la mania.
Stefano si vestì con l'abito che ordinariamente indossava per il lavoro ed uscì da casa, consegnò le chiavi al portiere per consentire alla signora Antonia di riordinare l'appartamento e si avviò verso il parcheggio dove l'attendeva la vecchia ma dignitosa Ford.
La città era pulsante di vita nella luminosa giornata di ottobre, che regalava i residui del calore della trascorsa estate.
I bambini appesantiti e piegati dagli zaini stracolmi di libri si avviavano a scuola, le donne vestite con abiti ancora leggeri si muovevano tra i passanti, alcune cariche dei sacchetti della spesa, altre scattanti sui tacchi nervosi e proiettate verso la monotonia implacabile di una giornata lavorativa tra le mura impassibili di un ufficio, di un negozio, di una fabbrica.
Un vecchio signore aspettava, con espressione paziente e rassegnata, che il proprio setter spelacchiato trovasse l'ispirazione per innaffiare un elegante fanale della via. Dalle insegne balenavano messaggi pubblicitari suadenti o apertamente imperiosi.

Stefano posteggiò nei pressi dell'Istituto di Credito presso cui lavorava da quando, conseguito il diploma di laurea in Scienze Bancarie, si era avventurato nella grande città abbandonando definitivamente il piccolo centro di provincia, ormai asfissiante e privo di prospettive.
Solo raramente trascorreva il fine settimana in famiglia, sentendosi fortemente a disagio nella vecchia casa paterna e vergognandosi dei fratelli, dediti alla conduzione di una piccola impresa vinicola.
La madre non mancava in alcuna occasione di esternare il vivo desiderio di vederlo sistemato accanto ad una moglie che lo curasse e lo amasse, considerandolo ancora un bambino incapace di provvedere a se stesso.
Quando entrò nel proprio ufficio, iniziò la serie standardizzata dei gesti quotidiani e si preparò a completare delle pratiche lasciate in sospeso.
Dalla finestra del secondo piano, posta di fronte alla scrivania, si vedeva il pullulare dei dipendenti di un'impresa di pubblicità, che aveva sede nel palazzo di fronte.
Si muovevano dietro i vetri come pesci in un acquario, aprendo e chiudendo le bocche e annaspando freneticamente dietro i tavoli di lavoro.
Avrebbero consumato gran parte della loro esistenza fra quelle pareti di cristallo, logorando la fantasia nella ricerca di slogans sempre più intriganti e persuasivi con i quali incensare il dio Consumismo.
Il profumo della primavera non sarebbe mai penetrato in quei locali asettici, in cui la fatica dell'alternarsi delle stagioni veniva sistematicamente vanificata dalla regolazione artificiale della temperatura.
Stefano fu distolto dalle sue riflessioni dalla visita di un cliente, l'anziano professore in pensione Marco Corsini.
Chiuse con rassegnazione gli incartamenti che aveva sistemato davanti a sé e si predispose pazientemente ad ascoltare le consuete argomentazioni logorroiche del vecchio signore, eternamente indeciso sul tipo di operazione finanziaria da effettuare.
Per l'ennesima volta, illustrò le caratteristiche dei vari tipi di investimento, offrendo una descrizione dettagliata di fondi comuni, titoli di Stato, certificati di deposito, prestiti obbligazionari, non tralasciando di precisare i rischi che ciascuna di tali operazioni avrebbe comportato.

 

La giornata trascorse normalmente, interrotta dal breve intervallo del pasto consumato nella solita trattoria, in compagnia di alcuni colleghi.
Poi il ritorno a casa, la preparazione alla serata che lo attendeva, l'immersione nella città scintillante di luci, l'attesa dietro la porta dell'abitazione di Elena.
Il ricordo del suono del campanello che aveva premuto con insistenza lo riscosse bruscamente, perché un analogo squillo riecheggiava nel silenzio del suo appartamento.
Stefano avvertì per la prima volta la consapevolezza della nuova condizione del proprio essere, osservò l'irreparabilità della morte corporale impudicamente esibita sul letto, ondeggiò a disagio e provò una strana e profonda vergogna.
Si rincantucciò più in alto, nell'angolo più nascosto della stanza, stupito dalla strana luminescenza che emanava da sé.
Un movimento più brusco gli fece superare con facilità la parete, per cui si ritrovò nella camera attigua, ma rapidamente rientrò per collocarsi nella vecchia posizione: l'angoscia lo attanagliava all'idea di allontanarsi dal proprio corpo, pur nella certezza che i lacci che lo tenevano avvinto ad esso erano irrimediabilmente sciolti.
La luce del mattino penetrava più decisamente dall'esterno, un altro squillo echeggiò più a lungo, poi un rumore di passi si allontanò velocemente.
Sentì il bisogno di aggrapparsi nuovamente al ricordo. Elena era già pronta e si erano recati nel ristorante di cui erano abituali clienti.
Si erano conosciuti in occasione di un pranzo offerto da amici comuni, due anni prima, ed avevano instaurato un rapporto tranquillo e maturo che consentiva loro di mantenere inalterato l'equilibrio esistenziale raggiunto tanto faticosamente.
Elena proveniva da un matrimonio fallito, ma era riuscita a riconquistare la fiducia in se stessa e nel prossimo impegnandosi con tenacia nel lavoro di insegnante, coltivando le amicizie, proiettandosi nell'impegno sociale.
Aveva in tal modo spezzato nettamente i pericolosi tentacoli dell'isolamento e dell'abbandono, riempiendo scrupolosamente ogni ritaglio del proprio tempo.
Efficiente e dinamica, diffondeva intorno a sé entusiasmo ed energia, elettrizzando l'atmosfera di una forte carica positiva.

 

La dolcezza e la perfezione dei lineamenti del volto, il corpo minuto ed agile non tradivano i suoi quarant'anni.
Stefano si sentiva completo in sua compagnia, in quanto vampirescamente risucchiava da lei la vitalità e la spiritualità di cui era privo.
Da alcuni mesi, però, aveva avvertito negli atteggiamenti e nei discorsi di Elena un desiderio, seppure discreto e mai esplicitamente espresso, di consolidare la loro relazione con una convivenza stabile.
D'altra parte, il loro legame non era dissimile da un rapporto matrimoniale, avendo contratto le abitudini tipiche di due vecchi coniugi, salvo il fatto di vivere in abitazioni diverse e dormire insieme per tutta la notte soltanto il fine settimana.
Stefano ostentava un comportamento evasivo, deciso a difendere ostinatamente la propria scelta di vita.
Consumarono una cena abbondante, resa più importante da un ottimo vino d'annata. Fra una portata e l'altra, Stefano fumava il sigaro con voluttà, godendo della vista delle volute che fluttuavano pigramente nell'aria, infittendosi in una cortina che lo avvolgeva in una beata sensazione di benessere
L'indomani sarebbe stata una giornata impegnativa, per cui si fermò a casa di Elena soltanto il tempo necessario a bere un po' insieme e a consumare un amore frettoloso.
Fu mentre si allacciava le scarpe che Elena, guardandolo con un'espressione insolitamente grave e severa, cominciò a parlargli della loro situazione, invitandolo a riflettere sull'opportunità di vivere stabilmente insieme.
Aveva riflettuto a lungo, disse, e ormai le appariva banale e puerile vivere un rapporto caratterizzato da un senso di trasgressione puramente esteriore.
Anche sotto il profilo pratico, entrambi avrebbero ricavato molti vantaggi e la loro esistenza si sarebbe arricchita di una maggiore serenità e sicurezza.
Stefano fu colto dal disagio e dall'insofferenza. Si sentì come quando il padre gli sciorinava le sue prediche, scrutandolo con gli occhi socchiusi dietro il fumo della pipa.

 

Annodò con indifferenza la cravatta e si ravviò i capelli, osservando che non era l'ora adatta per certe discussioni. Si congedò, dopo averla baciata con freddezza.
Nel guscio confortevole del suo appartamento, si aggirò nel breve spazio da lui arredato con cura amorevole in ogni particolare e provò una viscerale passione per quel microcosmo protettivo e fetale nel quale si allentava ogni tensione ed emergeva l'esaltante piacere di essere solo con se stesso, lontano dalle formalità imposte dalla società.
Si versò generosamente del whisky e portò la bottiglia nella stanza da letto, accese il sigaro e cominciò a spogliarsi lentamente, riponendo con cura ogni indumento sulla sedia.
Non trascurò l'abituale toilette, anzi adoperò una diligenza più meticolosa nell'esecuzione di tutti quei gesti che costituivano il rito preparatorio al sonno.
Una sottile e subdola inquietudine lo pervadeva, per cui si versò ancora da bere con la speranza di favorire il rilassamento che gli avrebbe consentito un riposo ristoratore.
Quando si sistemò sotto le lenzuola, si addormentò facilmente ma fu risvegliato dopo breve tempo da un senso di oppressione all'altezza dello sterno.
Cercò di respirare profondamente e regolarmente, cambiò posizione, ma il dolore divenne più sempre più forte, mentre un'abbondante sudorazione fredda gli incollava il pigiama al corpo.
Stefano pensò che la cena abbondante e soprattutto l'eccesso di alcool gli avessero provocato una spiacevole indigestione.
A tastoni aprì il cassetto del comodino e trovò il flacone delle compresse digestive che teneva a portata di mano per simili eventualità, accese la luce e versò dell'acqua nel bicchiere.
Una morsa violenta al petto lo fece sussultare e ricadde riverso sul guanciale.
La stretta schiacciante si estese fino alla gola e al braccio, causandogli intensa nausea ed una sensazione terrificante di strangolamento.
Poi la vista e la coscienza si ottenebrarono gradualmente, come se si spegnessero. Il dolore cessò, sostituito da una sgradevole percezione di caduta.
Nuovamente il suono del campanello rimbalzò violentemente nell'appartamento.
In una frazione di secondo, Stefano rivide le rughe profonde che solcavano il volto contadino della madre; sentì il profumo e la fragranza del grano in cui si tuffava, madido di sudore e rosso per la corsa, con i fratelli; avvertì vividamente l'imbarazzo provato davanti ai colleghi, il giorno del conferimento del diploma di laurea, per la presenza dei familiari, maggiormente involgariti dall'abito buono della festa; gli balenò l'immagine delle povere, callose, enormi mani del padre, mortificate dal lavoro nei campi, che cincischiavano nervosamente il cappello nuovo; e ancora ricordò l'amore di Elena, da lui degradato e svilito con egocentrismo miope.
Lo squillo del campanello divenne più prolungato ed insistente. Fra poco avrebbero sfondato la porta

 

  16-08-2006

  
                                                                                      

 

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