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Un po' per rabbia, un po' per orgoglio

di Vincenzo Perez


Ho 17 anni, e sono nato e vissuto a Mazara fino a 4 anni fa, quando per motivi di lavoro la mia famiglia s'è dovuta trasferire al Nord, in una città vicino a Bologna. Poco tempo fa, tornato da una gita in Sicilia, un po' per rabbia e un po' per orgoglio, ho scritto una breve riflessione su questa nostra isola, così bella e piena di storia, come pure, ahimé, di problemi e contraddizioni. La mia speranza è che gli eventuali lettori sappiano cogliere ciò che avevo intenzione di trasmettere. 


Ritornato da quella terra dove tutto ebbe inizio e alla quale non smetterò mai di pensare, il mio stato d'animo è, senza dubbio e per lo meno, sconvolto da quell'abissale divario che separa in maniera indiscussa il Nord dal Sud, nel bene e nel male. 

D’altronde il bello dell'Italia è proprio questo: il paradosso, la convivenza tra opposti. 

E così il settentrionale chiamerà il meridionale “terrone“, e questo chiamerà l'altro “polentone“, ma il tutto nel nome dell'Italia, nel nome di quel paese in cui entrambi, chi più chi meno, credono. Ma c'è qualcosa in Sicilia che, una volta visitatala, è impossibile scordare. Quel sole accecante, sempre vivo e autentico, che sembra voler significare la particolare benevolenza di Dio nel crearla, il quale, veramente, ha quasi esagerato per la troppa rigogliosità della natura. 

Ma se l'Italia è il paese dei paradossi, la Sicilia ne è il regno indiscusso. 

Come può, infatti, un luogo come questo, unico per la sua natura e cultura, famoso in ogni dove per il suo mitico passato, trovarsi, per alcuni aspetti, in condizione da doversi vergognare, quando per ogni minima cosa ci sarebbe da andarne fieri? 
Chi ha permesso tale ingiustizia? 
Chi e perché mai da secoli le ruba il futuro? 
Dove è finito lo stampo che produsse (limitandomi a citarne soltanto alcuni nel campo della letteratura) uomini come Verga, Pirandello, Sciascia, Quasimodo, Tomasi di Lampedusa, e chissà quanti altri gloriosi italiani? 

Purtroppo, a tutte queste domande, per quanto mi possa sforzare, e per quanto mi risulti impossibile spostarmi dalla convinzione che una possibilità ci debba sempre essere, non riuscirei, tuttavia, a trovar risposte (intendendo risposte pratiche, non teoriche). 

Questo viaggio alle radici della mia natura mi è costato tanta angoscia e sofferenza, lo dico da innamorato perso della mia terra, e dico “mia“, perché non potrei fare altrimenti. C'è bisogno di una Sicilia che creda in sé stessa e nelle proprie potenzialità, che voglia un futuro dignitoso senza dover essere costretta a lasciar il proprio paese perché manca lavoro. 

Non può essere troppo tardi per far sì che la storia cominci a girare nel verso giusto; magari nessuno riuscirà mai a cambiar le cose, ma è forse giusto rimanere in un’assurda situazione passiva e arrendersi al peggio solo perché ci si è abituati da secoli? 

«La loro vanità è più forte della loro miseria», già, e che senso ha sentirsi i più intelligenti del mondo per vivere come i più scemi? 

Di sicuro, perché tutto possa cambiare, bisogna che almeno qualcosa cambi nella mentalità e nel modo di essere dei siciliani.

Nel frattempo (e ne passerà di tempo) la Sicilia la terrò dentro, nel cuore e in mente, sempre e comunque.
 

 23-07-2008

  
                                                                                      

 

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