Quante STORIE per un caffè....                       storie, poesie e tant'altro.......

                             


La città invisibile

di
Salvino Martinciglio

 

La città per chi passa senza entrarci è
una, e un'altra per chi ne è preso e
non ne esce; una è la città in cui si
arriva la prima volta, un'altra quella
che si lascia per non tornare; ognuna
merita un nome diverso; (…)
Italo Calvino

   


Le città, quelle di Italo Calvino, a cui mi sono palesemente ispirato per la stesura di questo racconto breve, molte volte nell’immaginario collettivo divengono intangibili e sfuggono alla normale percezione, vuoi per l’effimera struttura o per la loro manifesta adimensionalità, come se fossero unicamente delle entità sovrannaturali. Città che non assomigliano a nessuna e che per certi aspetti le rappresentano tutte, visto che la loro natura non sta nei materiali costituenti la stessa o nella gerarchia di positura che ne designa la morfologia, bensì negli atteggiamenti dei loro abitanti che la plasmano, facendo si che diventi inevitabilmente uno specchio riflettente l’etica ed i costumi. Ciò che più mi preme, motivo giustificante di questa nota, è che non si resti con spirito acritico, insensibili dinanzi a queste poche righe tradotte tipicamente in “visione onirica”, ma volontà è quella di dare una svolta che debelli o affievolisca l’aurea mediocritas¹ in cui versano i cittadini mazaresi, per riproporsi il quesito, come faceva lo stesso Calvino, del “Che cosa è oggi la città per noi?” ed io aggiungerei: per ripristinare il senso dell’abitare, dell’essere e dell’essere luogo nel luogo.


Vi è una città non lontana da altre e che da sul mare, città dove gli abitanti si sono
rinchiusi in un recinto senza mura, non può essere definita né grande, né piccola, perché la sua dimensione ormai è gestita da cronache giornalistiche, che nel modo del tutto consueto sono di colore nero.
Gli abitanti di questa città sono ricoperti da un involucro, come i prodotti sul banco di
un supermarket, ma nella loro vita da scaffale trovano un’eccezionale soddisfazione.
Questi uomini a me del tutto alieni, sono soliti abbandonarsi a leggi da loro stessi
istituite, tanto che la città è simile ad un grande feudo, ma senza rapporti con il padrone, nonostante tutto abitando nella carenza di sistemi e modi, questi uomini hanno trovato una loro ideale dimensione. Le vite dei singoli, così come quelle degli altri, si muovono all’unisono, quasi a rappresentare un grande e amorfo organismo che, come l’onda di un grande lago si infrange ora su una sponda ed ora su un’altra, però ahi loro lasciandone alcune mai toccate dalla bianca spuma.
Non di rado alcuni di loro vivendo in questa grande bolgia patiscono soffocati, così di
converso nessuno emerge a capo di questa legione senza meta, città che risulta del tutto singolare ad occhi estranei, il luogo più insolito che abbia mai visitato; ma in particolare una più delle altre cose mi ha colpito, in modo direi non del tutto positivo, modus vivendi che non sono riuscito a decifrare, che a tratti sembra essere un culto d’altra specie.
Gli abitanti di questa città finendo di cibarsi dei loro alimenti e facendo uso comune
delle proprie cose le rinchiudono in involucri sintetici multicolori, fagotti che sovente vengono a mo di impiccagione di rei lasciati dondolare dai balconi delle loro case, oppure abbandonati all’angolo d’una strada, così come i figli di notti fugaci.
Deponendo al suolo ciò che non serve ripongono di loro stessi in quegli involucri una
piccola parte, e così fan tutti, tanto che poi ognuno si ritrova vicino ciò che non vuol dell’altro; così come gli uomini si estraggono un dente malato o rimuovono una pustola infetta per gettarla lontano da sé, questa città ha l’aspetto di un cadavere a brandelli, per quel di cui i suoi cittadini mal si disfano.

                                                                              Salvino Martinciglio

 

 

… e Giorgio d’improvviso uccise il drago 

Nel momento in cui scrivo mi ritrovo in una Padova mesta e piovosa. Sui media locali scorrono immagini di degrado, prostituzione minorile, spaccio di droga, smog. Padova, per inciso, non è solo questo, ma è di solo questo che si vendono i giornali. Dalla cornice di una finestra il pensiero vola a Mazara, città che, come per l’autore, mi ha adottato due decenni or sono. Ritorno al mare blu cobalto, le bellezze in bikini, le nottate al pub a sorseggiare con i pochi amici del buon whiskey invecchiato, il calcetto sotto le stelle, l’ineguagliato cous-cous della mamma. Qui ci sono i Colli, le donne camminano con l’impermeabile, i pub chiudono a mezzanotte per delibera di giunta (sembra quasi, per noi immigrati, che nella città del Santo sia peccato divertirsi), si gioca a pallone sotto afosi tendoni ed il cous-cous lo cucinano con i cavoletti di Bruxelles in luogo di pesci e crostacei! Fantasia: prendo l’aereo e torno a casa, poi salgo in auto e torno a vivere l’incanto di Erice, la storia di Agrigento, i teatri di Palermo. Quest’immagine sopravvive appena pochi istanti, fuggevole torna in un angolo della mente, rintanata come il fanciullo che ha appena rubato dallo scaffale e, nonostante la bontà dei biscotti, sa di aver sbagliato. Non si torna a casa. Della mia generazione siamo fuggiti, siamo fuggiti tutti. Eppure: spiagge, agricoltura, turismo, pesca, reperti storici ed archeologici, c’è ne abbastanza da far vivere nella bambagia una città da 50mila abitanti. Indicare i colpevoli di un simile spreco sarebbe un misericordioso atto d’eutanasia. Ma tant’è. La classe digerente (non è un refuso) sembra la formazione dell’Inter durante gli anni di Herrera, si recita a memoria da lustri a questa parte. Finita l’Assemblea, più o meno dibattuta a seconda degli umori domestici delle dolci metà, si torna a far merenda insieme. Lo scrivo con la malcelata consapevolezza di banchettare sul corpo del morto, come erano soliti nell’antica Grecia. Quando si era giovinetti, eravamo soliti con gli amici, compreso l’autore, scegliere un muro della città, quindi passare una notte a disegnare (trepidanti ed ansiosi di essere beccati dalle forze dell’ordine) solitudini, angosce ancestrali e dolori adolescenziali, prigionieri di un mondo adulto che non capiva, o, spesso, non ascoltava. Un mediocre analista della mente affermerà che vivevamo un modo autodistruttivo di esprimere la nostra rabbia, il senso di non appartenenza ad una realtà che non ci accetta. Invero, un mediocre analista della mente non ha mai disegnato su un muro, altrimenti non sarebbe più mediocre. Parole: torna alla mente la frase di un attuale consigliere comunale che una volta asserì, non senza la vergogna che avrebbe dovuto seppellirlo, che Mazara è un popolo “di non eccelsa cultura”. E’ vero: se si contassero gli stolti in città, il loro totale raggiungerebbe la stessa cifra dei suoi elettori, più uno. Eppure, meglio che stia nelle aule del potere che davanti alle scuole elementari, dentro gli autobus affollati, nei parchi di notte o nelle tangenziali. Ancora, i mezzi d’informazione non si ergono certo a paladini della democrazia, basta un’assunzione mirata e Giorgio diventa improvvisamente il suo santo omonimo che uccise il drago. I mazaresi accusano la sindrome di Charlie Brown che, sempre più pavido nelle vignette di Quino, nasconde dentro improbabili valentine (letterine d’amore) il coraggio di dichiararsi alla bambina dai capelli rossi. Aveva sì e no otto anni, eppure meriterebbe una cattedra nel Palazzo dei Carmelitani. La città sarà pur invisibile, ma sa farsi riconoscere. 

                                                                        Sergio Campofiorito

 

1. loc. lat.; espressione del poeta latino Orazio (Odi 2.10.5), si riferisce ad una concezione della vita che si appaga del poco, secondo il modello greco della misura; comunemente usata, per lo più in senso ironico, per sottolineare le non brillanti doti di qualcuno o la mancanza d’iniziativa a migliorare se stessi o la propria condizione

  04-07-2008
           

  
                                                                                      

 

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